sabato 1 ottobre 2016

Silvano Ceccherini (Livorno, 24 marzo 1915 – Minusio, 21 dicembre 1974) Anarchico

Silvano Ceccherini

« ...Ci sono sassi su tutte le strade; su tutte le strade ci sono dolori.. »


(Silvano Ceccherini, Sassi su tutte le strade, Rizzoli, 1968)
Silvano Ceccherini (Livorno, 24 marzo 1915 – Minusio, 21 dicembre 1974) è stato un anarchico e scrittore italiano, nonché soldato della Legione Straniera Francese.

Biografia

Nato a Livorno nel 1915, Ceccherini, soprannominato il "Jean Genet italiano" per le esperienze di vita comuni a quelle dello scrittore francese, abbandonò gli studi alla quarta elementare e a sedici anni d'età si diede alla piccola delinquenza. Scaricatore di porto, anarchico, vagabondo, rapinatore e bandito della pineta del Tombolo, dal 1934 al 1939 prestò servizio per cinque anni nella Legione straniera francese. Arruolato a Sidi Bel Abbes, Ceccherini fu addestrato al 1º Reggimento straniero a Saida e dopo quattro mesi fu trasferito al 2° RE a Meknès in Marocco. Descrisse la sua avventura legionaria nel romanzo "Sassi su tutte le strade", edito nel 1968.
Nel 1940 durante il servizio nella Regia Marina, fu condannato a cinque anni di carcere militare per aver picchiato un ufficiale. Fuggito nel 1944, visse nell'immediato dopoguerra nella pineta del Tombolo, ai margini del campo militare dell'esercito americano, in una tenda con una prostituta, di traffici illeciti e rapine. Catturato dopo uno scontro a fuoco con la polizia, subì un'altra condanna a diciotto anni di reclusione che scontò nei penitenziari di Pisa, San Gimignano, Saluzzo e per la maggior parte nel carcere di massima sicurezza di Porto Azzurro.
Scarcerato, visse in Francia e in Svizzera per ritornare nel 1973, ormai malato, a Livorno, ove morì l'anno seguente, nel 1974.
Ceccherini esordì nella letteratura italiana nel 1963 con il romanzo La traduzione, basato sulle proprie esperienze di carcerato, ed ebbe un discreto successo sia in Italia che all'estero.

Opere

  • Poesie della anarchia, 1963
  • La traduzione, Garzanti 1963. (Premio Prato)
  • La signorina della posta, Feltrinelli, 1964. (Premio Pisa 1965)
  • Dopo l'ira, Rizzoli 1965.
  • Un modo sbagliato di morire, Giardini ed., 1965.
  • Lo specchio nell'ascensore, Rizzoli 1967.
  • Droga, Panst ed., 1967.
  • Sassi su tutte le strade, Rizzoli, 1968.
  • L'avventuriero di Dio, Rizzoli, 1971.
  • Un giorno uguale e diverso, 1973.
  • Una favola, Belforte Editore Libraio, 1974, 
  • Il prezzo della saggezza, Bietti ed., 1974.
Silvano Ceccherini ripreso nel 1968 circa
Silvano Ceccherini (1915 - 1974) was an Italian anarchist and autobiographical novelist.

Life

Imprisoned as a criminal at the end of World War II, Ceccherini spent 18 years in jail. His first novel, The transfer, was based on his life as a prisoner.

Works

  • La traduzione, 1963. Translated by Isabel Quigly as The transfer. London: Eyre & Spottiswoode, 1966.
  • La signorina della posta; e, Falsi soldati, 1964.
  • Dopo l'ira, 1965
  • Lo specchio nell'ascensore, 1967
  • Sassi su tutte le strade, 1968
  • L'avventuriero di Dio, 1971
  • Il prezzo della saggezza, 1974


Silvano Ceccherini
il romanziere galeotto

Anarchico. Rapinatore. Passò molti anni in galera. Negli ultimi giorni diventò un caso letterario.
Riscopriamo questo livornese e la sua incredibile vicenda personale

di FILIPPO BOLOGNA

Tra le coste selvagge della Maremma e le piagge sabbiose della Versilia, Livorno è presa in mezzo. Così come i suoi abitanti, sempre tra la rissa e l´amplesso, la carezza e il pugno. Davanti a Livorno, Elba e Capraia, Gorgona e Pianosa, Giannutri e Montecristo, terre di capre e catene, a strapiombo su un mare azzurro che acceca.
Di quel mare che in fondo era anche un po´ suo, ne ha visto parecchio. Ma sempre a strisce, e di lontano. Dalla bocca di lupo delle celle che ha girato – e ne ha girate tante – il suo sguardo paziente ha seguito le vele bianche doppiare l´orizzonte. Ora l´uomo è disteso su un lurido pagliericcio, la schiena poggiata al muro, una mano dietro la nuca, l´altra regge un libro, il grosso pollice nella legatura, a tenere aperte le pagine.
E´ lì, in quella cella buia, ma se solo chiude gli occhi, è sul ponte abbacinante di un piroscafo diretto in Sud America, rotta su donne facili e colpi grossi. Poi quel cuore fragile, sepolto sotto il gallo tatuato sul petto, nelle lunghe notti insonni si ricorda di lui, e come un usuraio va a far visita al suo creditore. E son fitte da stroncare il fiato e farlo torcere su se stesso come un caimano.
E´ nato a Livorno quando tuonavano i primi cannoni della Grande Guerra: è Silvano Ceccherini, lo scrittore con le manette.

A scuola ha smesso di andare che era bimbo, tutto quel che sa l´ha imparato per strada. Ha un debole per le belle donne, il gioco d´azzardo e la vita facile, quella che porta dritto alla vita difficile. Bracciante, lavapiatti, giostraio, scaricatore di porto, anarchico, contrabbandiere, rapinatore, legionario, galeotto, persino assessore alla sanità nella Livorno liberata. Ma Ceccherini è stato scrittore, sopra ogni cosa scrittore, e poi galeotto. Nella sua biografia non ci sono punti fermi se non quelli alla fine dei suoi romanzi, e del suo casellario giudiziale: dentro e fuori di galera, più dentro che fuori, entri che sei un ragazzo, esci che sei un vecchio.

Per il resto, poche le notizie sul suo conto, ma si sa che i carcerati non amano parlare di sé, e c´è da capirli. L´unica cosa certa è che quell´uomo che dimostra più anni di quelli che ha, e gira per Livorno in preda a una smania senza rimedio, occhiali scuri e modi bruschi, s´è fatto più di vent´anni. La prima volta sono state le pareti della cella di rigore del cacciatorpediniere su cui era imbarcato - quel guardiamarina fascista avrebbe dovuto pensarci due volte prima di provocare un anarchico livornese - poi sono state le patrie galere: Porto Azzurro, Pisa, San Gimignano, la tournée è stata lunga e tortuosa. E´ sopravvissuto grazie a quel mozzicone di lapis tra le dita, ha letto e scritto, scritto e letto, mentre contava i giorni che non passavano mai. Bassani e Baldacci si sono interessati a lui, Feltrinelli ha pubblicato il suo romanzo. Ha persino assaporato uno scampolo di gloria letteraria sul finire dei giorni, ma se si volta indietro, i suoi occhi non ancora avvezzi alla luce violenta del sole, vedono solo polvere e sassi. Sassi su tutte le strade, come il titolo di uno dei suoi libri. E´ un cammino accidentato la vita di Silvano Ceccherini, un romanzo d´avventura. Difficile separare il grano dal loglio, il vero dal falso. Ceccherini è uno degli ultimi picari, un miles gloriosus che al ritorno dalla battaglia si siede al tavolo d´un´osteria, ordina un ponce alla livornese e, se trova chi gli riempie il bicchiere, va avanti finché non chiude il bar. Fa parte della nobile stirpe degli incantatori, scrittori o contaballe, secondo come la si vuol vedere. Un po´ come Giancarlo Fusco, lo spezzino che in Duri a Marsiglia si vantava di aver fatto parte della mala marsigliese. Ma se l´apprendistato da gangster di Fusco sa più d´invenzione che di realtà, Ceccherini un fuorilegge lo è stato davvero. Risse, furti, rapine a mano armata nelle ville dei grassi borghesi di Castiglioncello e Quercianella. Duri a Livorno, sarebbe il caso di dire. E proprio con Fusco, pugile dilettante e saltimbanco da balera, che per pochi dollari si esibisce lasciandosi avvolgere dalle spire di un pitone (non vi preoccupate, è una biscia d´acqua), Ceccherini incrocia il suo destino in quella terra di nessuno che è Tombolo. Una striscia ombreggiata di pini marittimi che d´estate divampano al canto delle cicale, un reticolato impenetrabile d´ombra e aghi di pino che si stende tra Pisa e Livorno, che nel frattempo è diventata Leghorn, per volere dei liberatori. Ras e segnorine, sbandati e disertori, banditi e vagabondi, giganteschi negri che si aggirano ubriachi tra i tavoli di night e capanne di contrabbandieri, Tombolo è miseria e ricchezza, inferno e paradiso, basta meritarseli. Napoli non è mai stata così vicina a Livorno, anche noi toscani a Tombolo abbiamo venduto La pelle. La situazione col passare del tempo diverrà tanto insostenibile che nell´agosto del 1947 la popolazione esasperata, insorgerà contro i dannati di Tombolo e sarà caccia al nero e alle segnorine.

Nella pineta di Tombolo, in una baracca di frasche si è stabilito Ceccherini con una segnorina napoletana, persevera in traffici e maneggi, gli enormi hangar alleati rigurgitano di merci: pneumatici, lattine, scatolette, sigarette, medicine e ogni altra merce venuta d´oltreoceano sono come miele per le api affamate del dopoguerra. Poi qualcosa va storto, forse un regolamento di conti, qualcuno affila il coltello… è tempo di levare le tende e salutare la pineta, meglio riparare nella Legione Straniera. A Tombolo Ceccherini lascia un romanzo, Dopo l´ira in cui racconta quella sensuale e disperata epopea in alcune tra le sue pagine più vibranti.

Ma Ceccherini scrittore è soprattutto La traduzione, il libro che gli ha dato la fama e un milione di lire sul conto corrente, il romanzo di una vita, di quelli che si scrivono una volta sola. Pubblicato nel 1963 da Feltrinelli diventa un piccolo grande caso letterario e il detenuto Ceccherini Silvano è finalmente libero, libero di diventare un autore. Rosee signore ingioiellate che un tempo avrebbe castigato strappando di dosso collane e vestiti, ora sorseggiano un tè discorrendo amabilmente del suo libro, roba da non credere. La traduzione, titolo geniale, che non si riferisce alla dimestichezza di Ceccherini con le lingue (in carcere si imparano molte cose) ma alla tradotta di un detenuto da un penitenziario a un altro. Il romanzo, se non la centra, per lunghi tratti costeggia la grande letteratura. E racconta, attraverso una sorta di confessione camuffata dalla terza persona, la storia di Olgi Valnisi, detenuto di lungo corso alle prese con un estenuante trasferimento, dal carcere di Civitavecchia a quello di Saluzzo, durante una torrida estate italiana, tra soffocanti vagoni cellulari e roventi furgoni blindati. Ma non si tratta di un tipico esempio di letteratura carceraria, se vi aspettate fughe da Alcatraz o cani che mangiano cani siete fuori strada, Ceccherini non è il Clint Eastwood e nemmeno l´Edward Bunker di Livorno.

La traduzione è quasi il testo di un mistico, estremo tentativo di non arrendersi a una condizione brutale, tenace volontà di mantenersi uomo tra gli uomini che hanno dimenticato di esserlo. E l´unico modo per riuscirvi è l´esercizio quotidiano dell´intelligenza e della comprensione, l´ultima cosa che ci separa ancora dalle bestie. Olgi ha un cuore malato, e dopo vent´anni di carcere attende la morte come una liberazione. Gli altri detenuti, giovani o vecchi, sono preda degli istinti e dell´ignoranza, ringhiano alle sbarre e abbaiano alla luna come cani in calore. Prendono il suo distacco con rabbia, lo scambiano per rassegnazione, senza capire che quello di Olgi è quasi uno stato di atarassia, quello che il saggio orientale raggiunge solo al termine di anni e anni di meditazione. L´elevazione spirituale di Olgi invece avviene pagina dopo pagina, attraverso la scrittura e la lettura, pratiche che ci mettono in comunione con la gioia e il dolore di altri uomini, vissuti in altri tempi e altri luoghi, che ci sono fratelli nell´eterno presente interiore.
Libri come questo di Ceccherini spostano i termini dell´interrogativo che suona nella testa dell´uomo libero che incontra l´uomo prigioniero. Non chissà cosa ha fatto, ma chissà chi è, ecco la domanda giusta. Spero che Feltrinelli, Rizzoli, o chi ne ha i diritti, recuperi e ristampi questa testa calda di un livornese. Nei comodi salotti della letteratura dell´inesperienza, molti dovrebbero alzarsi in piedi e togliersi il cappello davanti a un reduce della scrittura come Silvano Ceccherini. Boiadé se è vero. (16 agosto 2010) 


“Ciss, come moglie di Mick, si sentiva impegnata a osservare certi doveri, una condotta onesta perché leale, il rispetto di un contratto liberamente accettato; come creatura, entità autonoma e spazio vitale indivisibile, pur accordandosi frequentemente con l'altro, il prescelto, riconosceva valida soltanto la sua libertà, che poi era un labirinto. A volte egli la guidava e la illuminava, e allora il meandro diventava sentiero da percorrere in due, spazio concluso e protetto, come un orto, un giardino; a volte la sua presenza fisica era ingombro, impedimento, e così essa operava una giravolta e rientrava nel suo dedalo, zeppo di segrete cose come un favo, o una favola incomunicabile. Era la realtà, complessa e ambigua, del matrimonio, questo rischio continuo, come è l'amore, la fede, la speranza, la felicità, la vita tutta. Ma essa sapeva che un legame è necessario” (“Il prezzo della saggezza”, capitolo 20, p. 149).

 


Silvano Ceccherini [1915-1974], scrittore anarchico, ex vagabondo, ex legione straniera, ex bandito, autodidatta scoperto da Giorgio Bassani, alle spalle tutta una serie di esperienze al limite della legalità e un lungo periodo passato in galera, esordì nel 1963 con “La traduzione”. Da quel momento in avanti, per undici anni, sino alla sua morte, pubblicò narrativa di buon livello, stando a quanto possiamo leggere nella prefazione al suo ultimo libro, “Il prezzo della saggezza”, firmata da Luigi Baldacci: “Dieci anni durante i quali Ceccherini ha scritto cose di prim'ordine: 'La signorina della posta', 'Dopo l'ira', 'Lo specchio nell'ascensore', 'Sassi su tutte le strade', 'L'avventuriero di Dio'. […] Anche quando si è presentato in veste memorialistica (le sue struggenti immagini di un'irrevocabile Livorno!) non si è mai attardato a piangere su di un proprio ritratto perduto, ma ha sempre mirato a un fine: quello di ricavare un significato probabile dalla propria esistenza […] Ceccherini è l'unico scrittore per il quale si può usare l'espressione 'ricerca spirituale' senza che essa significhi evasione o esibizione” (pp. 5-7).
 
“Non abbiamo mai avuto molta fiducia nella letteratura dei non-letterati” - scriveva Bassani. “Ma una volta tanto abbiamo avuto torto, torto marcio”. I lettori erano affascinati dalla sua spiritualità e dalla sua spontaneità, dalla sua intelligenza letteraria non estranea alla ricercatezza, dalla sua profonda umanità. Sembrano passati duecento anni e non trentacinque o quaranta: nel 2010 non c'è più traccia dei suoi libri, nelle nostre librerie; né mi sembra di ricordare d'averne sentito parlare da qualche parte, sul web o sul cartaceo mainstream. Personalmente ho scoperto Ceccherini studiando le vecchie collane di Rizzoli; ho trovato qualche sommaria indicazione biografica su Wikipedia; quindi, in questi mesi, ho comprato un paio dei suoi libri per le bancarelle di Roma. Uno, “L'avventuriero di Dio”, vorrei fosse schedato, da queste parti, dai nostri amici cattolici: perché è un libro destinato a loro, in prima battuta, per la sua capacità di raccontare il senso e i significati della vocazione, della religiosità e della spiritualità. L'altro, questo, provo a restituirvelo qui, adesso.
 
“Il prezzo della saggezza” è quello che sta per pagare una coppia di anarchici, innamorati della vita ma niente affatto della borghesia: hanno deciso di lasciare le loro vecchie vite per vivere in semplicità, contando su ben altri valori. Loro si chiamano Mick e Ciss, uno austriaco l'altra australiana. Lui è di estrazione e formazione medio borghese, figlio d'un avvocato; è un intellettuale disilluso e disadattato, che campa vendendo i quadri della moglie. Lei è un'ex atleta promettente, che ha deciso di non entrare nel sistema professionistico perché è nemica delle strutture, in generale: di tutte le strutture. È ferita dalla morte del loro bambino, di appena dieci mesi, e scampa ai rimpianti e ai rimorsi pensando a plasmare un futuro diverso.
Ciss crede nell'amore, sa che è il deus ex machina di ogni cosa; tuttavia sa che amore non significa felicità. Quella è un'equazione “falsa e ridicola”: l'amore, per durare e sopravvivere, ha bisogno di compromessi, addirittura di “piccole viltà”.
 
I due si ritrovano in Italia, a bordo d'una roulotte, presto vittime dei nostri moralismi e della nostra tendenza a sospettare dei forestieri; Ceccherini giostra tutta una serie di equivoci e di stravaganze per fare un po' di sana critica sociale, senza particolare cattiveria. La coppia che vuole vivere senza denaro “naturalmente finisce in prigione, quasi per crimen laesae maiestatis” - chiosa Baldacci - “e la sua sete di assoluta libertà si risolve in un'altrettanto assoluta esperienza del nulla, del proprio essere nulla, al di là dell'unico superstite segno d'individuazione: un'assoluta capacità di sofferenza”. Sarà la famiglia a salvare da galera e manicomio chi voleva vivere libero: piegando ex novo al denaro chi al denaro voleva rinunciare. L'attesa finale, simbolica e un po' amara, di un nuovo bambino, sembra simboleggiare la parziale sconfitta dell'impresa esistenziale della coppia anarchica: per sopravvivere devono accettare qualche compromesso borghese. È solo questione di buon senso?


 Armando s’era addormentato. Nonostante le scosse e il rumore del treno, nonostante l’insufficiente lunghezza del sedile di legno, quello era tipo da dormire anche sul carbone del tender; e Olgi l’ammirava, un po’ lo invidiava, per quella capacità di adeguarsi alla brutalità delle cose, da giovane anch’egli l’aveva posseduta, poi l’aveva perduta.
Dormiva emettendo un fischio roco; e Olgi pensò: “Se davvero ha un cancro tra pochi mesi sarà morto.” Anche il padre di Olgi era morto di cancro.
Olgi sempre meglio riconosceva il paesaggio, fiutava il salmastro nell’aria, anche se era sempre  campagna. E tra il verde sbucavano case, villini per lo più, freschi di civettuoli colori, ma anche case coloniche dall’aspetto modesto e solido, col pagliaio in ordine, il pollaio ben fornito, la stalla pure bene fornita, e panni, tanti panni, stesi ad asciugare sull’aia.
Anche capitava di vedere, all’improvviso, agglomerati di case brutte e piccine, quasi tuguri, oppure qualche palazzone nuovo dalla geometria uniforme. Segno che la città era vicina, sempre più vicina.
E quella città, una città di mare, era la città dove Olgi era nato e aveva vissuto i suoi primi vent’anni di vita. Là erano sepolti suo padre e sua madre, una sua sorella ecc., là vivevano creature che gli erano, per vincoli di sangue, care. Incollato il viso allo spiraglio avidamente guardava.
Non riusciva a ridare i loro nomi a quei luoghi famigliari, e se ne crucciava, quasi se ne vergognava come per un tradimento d’amore, adduceva a giustificazione che il treno correva troppo forte per consentire una identificazione degli elementi del paesaggio, e che inoltre egli non guardava direttamente da un finestrino ma da una porta socchiusa dirimpetto a un finestrino di corridoio, e sempre nella medesima direzione.
A una svolta però che fece il treno – correva in discesa lungo il fianco d’una collina irta di castagni – improvvisamente Olgi vide il golfo, un arco sinuoso che si estendeva da Castiglioncello fino al faro della Meloria, con un promontorio che si tuffava nel mare, ed era, appunto, Castiglioncello, con un grosso braccio proteso come una sfida alle collere del Tirreno e che erano le selvagge scogliere di Calafuria; là doveva esserci Antignano rustico, là la dolce Ardenza adagiata tra oleandro e aranci, là la passeggiata a mare fitta di stabilimenti balneari, bagni peri ricchi, bagni pei poveri, bagni per tutti; e poi l’Accademia Navale, l’ex Terrazza Ciano restata ugualmente terrazza, i cantieri Navali; e poi il porto, quello vecchio e quello nuovo, la fortezza Medicea, il canale Lanciotto, il Mandraccio, la Draga.
(Silvano Ceccherini, La traduzione, Garzanti, 1977, pp. 46-47)










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