giovedì 13 ottobre 2016

Diego de Almagro (Almagro, incerta 1475-1479 – Cuzco, 8 luglio 1538) Explorer and conquistador

Diego de Almagro

Don Diego de Almagro (Almagro, incerta 1475-1479 – Cuzco, 8 luglio 1538) è stato un condottiero spagnolo.
Si tratta di uno dei più importanti conquistadores spagnoli. Era figlio, non riconosciuto di Juan de Montenegro e di Elvira Gutiérrez. La madre lo abbandonò sulle soglie di una chiesa, ma fu raccolto dal padre a cinque anni di età. Orfano, da lì a poco, fu allevato dallo zio materno, Hernán Gutiérrez, uomo rude ed oppressivo, alla cui tutela si sottrasse a 15 anni di età. Nel 1514 giunse in America al seguito del governatore di Panama, Pedrarias Dávila. Nel 1524 si unì alla spedizione di conquista del Perù organizzata da Francisco Pizarro e da Hernando de Luque. Nel 1535 intraprese la conquista del Cile per proprio conto, quindi esplorò il paese fino al 35° di latitudine. Tornato a Cuzco nel 1537, ritenendo che facesse parte dei territori dei quali era stato nominato governatore dall'imperatore Carlo V, richiese la consegna della città ai fratelli di Francisco Pizzarro. Ne seguì una guerra tra i conquistadores spagnoli che ebbe termine nel 1538, con la sconfitta e la condanna a morte di Almagro. Il figlio di Almagro, Diego, detto "el Mozo" (il Giovane, 1520-1542), vendicò la morte del padre uccidendo Pizarro; fu tuttavia consegnato dai suoi stessi seguaci nelle mani del nuovo governatore Vaca de Castro e decapitato a Cuzco.

Prime esperienze nelle Indie

Sembra che, una volta fuggito dalla casa dello zio, Almagro abbia finito per prestare servizio agli ordini di un altolocato gentiluomo spagnolo, don Luis de Polanco, ma che, dopo un alterco con un altro giovane, finito in una rissa sanguinosa, sia stato costretto a fuggire, imbarcandosi, come molti ricercati, per l'oltremare.
Non si hanno altre notizie sulla sua vita giovanile, ma certamente giunse nelle Indie nel 1514, con la spedizione di Pedrarias Dávila (Pedro Arias de Avila) e subito si distinse per la sua indole coraggiosa che si manifestò nella conquista di Panama.
Mancano testimonianze precise sulle esperienze di Almagro nei suoi primi anni di soggiorno nelle Indie, ma sicuramente militò sotto diversi capitani e partecipò alle spedizioni che venivano effettuate alla scoperta dei territori limitrofi. La sua storia successiva dimostra che aveva importanti relazioni con i più autorevoli di essi, anche fuori dei possedimenti di Panamá e, certamente, queste reciproche amicizie erano fondate su militanze comuni. I suoi trascorsi militari possono essere ammessi con sicurezza, considerando che Pedrarias Davila gli conferì, senza nessuna difficoltà, il titolo di capitano in occasione della futura conquista del Perù.
A metà degli anni venti del XVI secolo, Almagro era comunque un autorevole cittadino di Panama, in possesso di stabili possedimenti e dedito a lucrose attività. Le sue sostanze non erano considerevoli, ma sufficienti, comunque, a farlo ambire ad armare una spedizione in proprio, seppure in società con altri avventurosi, come lui, in cerca di fortuna.

Società con Pizarro e prime spedizioni

Nel 1524, Almagro entrò in società con altri due personaggi che avranno un'importanza fondamentale nella scoperta del Perù. Si trattava di Francisco Pizarro e di Fernando Luque. Pizarro era, come Almagro, un soldato che si sentiva inappagato dalla relativa tranquillità raggiunta con la sua attuale attività coloniale. Luque, invece, era un ecclesiastico, desideroso di fare fortuna che si propose come finanziatore e garante dell'impresa verso le autorità. In realtà il religioso fungeva solo da prestanome perché il vero finanziatore era un facoltoso residente di Panamá, il giudice Gaspar d'Espinoza, che non voleva apparire pubblicamente, ma questa circostanza era di scarsa importanza per la riuscita della spedizione. Con la sua influenza, Luque riuscì ad avere la necessaria autorizzazione dal Governatore, ma non poté evitare che l'avido Pedrarias si riservasse un quarto degli eventuali proventi in cambio del consenso.
Con un vascello malandato e poco più di cento avventurieri, Pizarro partì per primo verso l'ignoto, mentre Almagro si preparava a seguirlo su un'altra nave in riparazione. Le traversie dei due ardimentosi furono quasi identiche. Leghe su leghe di coste inospitali si snodavano sotto i loro occhi e, ad ogni tentativo di approdo, torme di indigeni ostili li assalivano con nugoli di frecce impedendo ogni approvvigionamento. Entrambi, dopo mesi di sofferenze, decisero autonomamente di rientrare e si incontrarono casualmente in un'isola nelle vicinanze di Panamá. Erano passati diversi mesi e molti uomini erano periti per fame o per le ferite; Almagro stesso aveva ricevuto un colpo al capo ed aveva perso un occhio ed ora i due commilitoni temevano l'accoglienza che il Governatore avrebbe loro riservato. Pizarro rimase prudentemente in attesa ed Almagro andò ad affrontare l'ira di Pedrarias. Come era facile attendersi quest'ultimo salì su tutte le furie per la perdita di tanti soldati, che erano di vitale importanza per la colonia, e stabilì di annullare la spedizione. La diplomazia di Luque riuscì, in capo a pochi giorni, a farlo ragionare, ma l'avido funzionario pretese la rescissione del contratto e, con esso, la regolazione della sua quota, stimata in mille pesos d'oro. Con questa somma, Pedrarias non poteva immaginare che avrebbe rinunciato ad un quarto delle favolose ricchezze del Perù.
Stipulata una nuova società, a tre questa volta, i due soci partirono insieme, seppur su due navi separate, ma poco dopo raggiunsero un accordo: Pizarro avrebbe proseguito da solo con tutti gli uomini e Almagro avrebbe fatto la spola con Panamá per cercare rinforzi e procurare dei viveri. Questa nuova tattica venne eseguita più volte, ma non portò a risultati importanti. Anche spingendosi a sud, le coste rimanevano inospitali, gli uomini continuavano a morire e di oro non si scorgeva la minima traccia. Frattanto a Panamá era arrivato un nuovo governatore, Pedro de los Rios, ben più scrupoloso di Pedrarias e costui ingiunse ad Almagro di interrompere la spedizione che stava costando così tante vittime umane. Pizarro però si ostinò e restò con soli tredici uomini, disposto a morire piuttosto che rinunciare al suo sogno. Almagro ottenne per lui di fare un ultimo tentativo e, questa volta, la sorte arrise ai due avventurieri. Pizarro sbarcò a Tumbez, la porta dell'impero degli Inca e vide con i suoi occhi i segni inequivocabili di una superiore e ricchissima civiltà. I suoi uomini erano troppo pochi per tentare l'impresa e tornarono a cercare rinforzi, ma questa volta, il governatore si dimostrò insensibile alle loro richieste giudicando fantasiosi i loro racconti.
Senza autorizzazione i tre soci non potevano più agire e, comunque, erano ormai rovinati, per cui decisero di tentare la carta della disperazione: un appello diretto alla Corona. Fu prescelto Pizarro e il capitano partì portando seco tutti i monili d'oro raccolti, alcuni lama, due indigeni e le stoffe, barattate a Tumbez con poche cianfrusaglie, nella speranza di convincere le autorità imperiali.

Le "Capitulaciones" con la Corona

Francisco Pizarro si era aspettato di incontrare delle difficoltà in Spagna, ma non poteva supporre di essere arrestato, appena giunto sul suolo della madrepatria. Vi era in effetti una accusa, per debiti, pendente su tutti i cittadini del Darien e Pizarro era tra questi, ma la sua evidente estraneità all'assunto gli valse di essere prontamente liberato. Il futuro conquistatore del Perù poté, così, presentare le sue richieste alla Corona. Il clima era quanto mai propizio perché l'imperatore aveva appena apprezzato i vantaggi della conquista di un altro territorio, il Messico degli Aztechi che il grande Hernán Cortés gli aveva, proprio in quei giorni, illustrato. Pizarro venne così favorevolmente accolto e le sue richieste vennero prese in considerazione. Il capitano, approfittando della benevolenza della Corte, non si peritò, però, di tralasciare gli impegni assunti con i suoi soci. Prima di partire aveva concordato con loro di richiedere, per sé, la carica di governatore e per Almagro quella di "adelantado". Il pilota Ruiz doveva ottenere quella di alguacil mayor e Luque quella di vescovo della nuova regione. Il solo Luque, per ovvi motivi, ottenne il titolo richiesto, mentre le altre cariche confluirono tutte nella persona di Pizarro.
Quando il futuro governatore della nuova provincia, peraltro ancora da conquistare, tornò a Panamá, era, tra l'altro, contornato da una schiera di fratelli avidi ed arroganti che non mostrarono la minima considerazione per Almagro il quale, offeso ed irritato, prese contatti con altri prestigiosi capitani del Nicaragua, tra cui Hernando de Soto, per preparare una spedizione autonoma. Ci volle l'intervento di Luque e del giudice Espinoza per rappacificare i contendenti. Con la loro mediazione si convenne che Pizarro avrebbe lasciato ad Almagro la carica di Adelantado e la signoria dei territori posti oltre la sua giurisdizione e che, in attesa della ratifica di questi impegni, non avrebbe attribuito prebende ai suoi fratelli.
Con queste premesse la spedizione prese finalmente inizio con le consuete modalità. Pizarro avrebbe guidato la prima schiera e Almagro lo avrebbe seguito con le truppe di rincalzo.
Nel gennaio del 1531, forte di non più di duecento uomini, Pizarro partì infine alla conquista del Perù.

La Conquista dell'impero degli Inca

Quando Almagro mise, per la prima volta, piede nell'impero degli Inca, la sua conquista era già cosa fatta. Pizarro, con poco più di 160 uomini aveva catturato, a Cajamarca, Atahuallpa, il sovrano assoluto del paese, e stava trattando un favoloso riscatto. Almagro, che aveva con sé più di 200 uomini, si affrettò a raggiungere i suoi commilitoni e, il 13 aprile del 1533, si riunì al suo antico socio.
Il riscatto del sovrano Inca era di pertinenza dei soli uomini di Pizarro, ma l'impero degli Inca riservava ben altri tesori e Almagro partecipò attivamente alla sua conquista. La sua presenza fu determinante in più di un'occasione, dalla marcia verso il Cuzco alla presa della capitale e, in ogni frangente, l'ardimentoso capitano dimostrò le sue doti di intemerato combattente. Anche quando si trattò di affrontare l'arrivo di altri concorrenti spagnoli, l'adelantado si incaricò della bisogna. Da Cuzco corse a Quito per affrontare le armate di Pedro de Alvarado che voleva conquistare, per proprio conto, il nord del Perù e, nell'occasione, seppe sviluppare una delicata funzione di diplomazia che evitò una lotta fratricida.
Nelle "Capitulaciones" con la Corona, il territorio di Pizarro si estendeva per duecento leghe a sud del villaggio di Zamuquella e da lì, secondo i patti convenuti a suo tempo, cominciavano i domini di Almagro. Il Cuzco era chiaramente sotto la giurisdizione di Almagro e questi ne prese formalmente possesso, con il beneplacito del suo antico socio. Hernando Pizarro, il fratello del governatore che si era recato in Spagna con l'oro di pertinenza della Corona, ottenne, però, di estendere la potesta di Francisco Pizarro per altre settanta leghe a sud e questa variazione metteva in discussione il possesso della capitale degli Inca. Nella decisione imperiale non si chiariva, infatti, se le settanta leghe dovevano essere misurate seguendo la linea della costa o in linea d'aria e, a seconda dell'interpretazione, il Cuzco sarebbe appartenuto all'uno o all'altro dei contendenti.
La contesa divenne sempre più accesa e i due antichi soci, ciascuno spalleggiato dai propri simpatizzanti, rischiarono più volte di scontrarsi, finché, stimolati da alcuni personaggi, influenti e bempensanti, giunsero ad un accordo. Almagro si sarebbe recato nelle regioni meridionali, nelle quali si supponeva che esistessero regni altrettanto ricchi di quello del Perù, e nel frattempo si sarebbero attese le determinazioni della Corona.
Almagro, prontamente rappacificato, rinsaldò l'antica amicizia e si apprestò a organizzare, con l'entusiasmo che gli era solito, una spedizione verso i territori del Cile, come già allora venivano chiamate le regioni a sud del Cuzco.

Spedizione in Cile

Durante la sua permanenza al Cuzco, Almagro aveva contratto dei vincoli di amicizia con Manco e, prima di partire pensò bene di consultarlo per avere consigli ed aiuto. Il giovane sovrano Inca non si fece pregare e gli procurò una adeguata scorta di guerrieri a cui mise a capo il proprio fratello Paullu. Non contento di ciò dispose che il sommo sacerdote del suo impero, Villac Umu, si aggregasse alla spedizione per fornire, con la sua presenza, la massima autorevolezza possibile agli Spagnoli.
Il 3 luglio 1535, Almagro partì, così, alla volta del Cile con un piccolo esercito di circa 400 uomini, 100 schiavi africani e 10.000 indigeni. Le vie possibili per il Cile erano due: una transitava per le Ande e un'altra, costeggiando la costa, doveva attraversare il terribile deserto di Atacama. Contrariamente al consiglio di Paullu, gli Spagnoli optarono per il cammino montano e si trovarono, ben presto, a dover fronteggiare enormi difficoltà. Sprovvisti di indumenti adatti, affrontarono le nevi eterne dei passi andini e furono sorpresi da una violenta tormenta. Uomini e cavalli perirono a decine per assideramento e dovettero essere abbandonati insepolti, mentre anche gli indigeni cadevano a centinaia. Affamati e semicongelati i disperati superstiti giunsero infine ai piedi delle montagne, ma si trovarono di fronte alla desolazione di una contrada deserta. Nei pochi villaggi che incontravano gli indios fuggivano terrorizzati, ma, qualche volta, tentavano degli agguati e provocavano la morte di numerosi soldati. Gli Spagnoli potevano sostenersi solo razziando e la loro disperazione si trasformava in atteggiamenti inumani nei confronti dei loro portatori che morivano a centinaia per la fame e le privazioni.
Cristobal de Molina, detto El Almagrista, per distinguerlo dall'omonimo autore dell'opera «Fabulas y ritos de los Incas», partecipava alla spedizione e ci ha tramandato un racconto vivo ed atroce delle sofferenze dei poveri indigeni.
Quando già lo scoramento stava per aver ragione dei soldati esausti, giunse un distaccamento di rinforzo. Anche questi disgraziati avevano percorso la micidiale via delle Ande e si erano salvati mangiando la carne dei cavalli, abbandonati dai loro compagni e perfettamente conservati nel ghiaccio dei monti innevati. A Copiapo, un villaggio più grande dei precedenti fecero un incontro inaspettato. Abbigliato come un indio, trovarono uno spagnolo. Si chiamava Gonzalo Calvo, detto Barrientos ed era fuggito dal Cuzco per odio verso i suoi compatrioti che lo avevano punito con il taglio delle orecchie per un furto commesso. Era stato accolto nel villaggio e, da lui, appresero che, nel paese che percorrevano, non vi erano città, né civiltà, né tantomeno ricchezze e che, per miglia e miglia, il paesaggio presentava le stesse inospitali caratteristiche. Tutti desideravano il ritorno, ma Almagro volle fare ancora un tentativo e inviò, in avanscoperta, uno squadrone leggero perché esplorasse la contrada. Il suo fu uno scrupolo inutile, perché, quando, tre mesi dopo, i cavalieri furono di ritorno, non poterono che confermare il racconto di Barrientos. Questa volta, anche Almagro si convinse e diede ordine di preparare il ritorno, ma la terribile esperienza sulle Ande lo consigliò di optare per la via costiera.
Sul nuovo cammino gli Spagnoli non correvano il rischio di morire di freddo, ma il deserto avrebbe avuto le sue vittime e, sotto un caldo insopportabile e con pochi pozzi di acqua salmastra a disposizione, molti altri sventurati lasciarono, per sempre, le loro ossa a sbiancare sotto i raggi ardenti del sole di Atacama.
Villac Umu si era, da tempo, dileguato, ma Paullu, che era rimasto con Almagro, si dimostrò provvidenziale, in questo frangente, consigliando di procedere a piccoli gruppi, per dare modo ai pozzi di rigenerarsi, e fu grazie al suo consiglio se i resti dell'esercito poterono riguadagnare le regioni fertili del Perù un anno e mezzo dopo la loro partenza dal Cuzco.

La presa del Cuzco

La situazione del Perù, al momento dell'arrivo di Almagro, era profondamente mutata dall'epoca della sua partenza. L'Inca Manco, stanco delle vessazioni a cui era stato sottoposto dai fratelli Juan e Gonzalo Pizarro, si era ribellato e aveva fatto insorgere tutti i suoi sudditi. A capo delle sue armate, nella zona del Cuzco, circondata e minacciata, vi era Villac Umu, il sommo sacerdote già accompagnatore di Almagro in Cile, scomparso durante la spedizione. La stessa Lima era sotto attacco e diversi contingenti spagnoli, anche molto numerosi, erano stati massacrati, come pure tutti i coloni isolati.
Almagro, prima della sua partenza, aveva avuto ottimi rapporti con Manco ed ora cercò di approfittarne. Vennero stabiliti dei contatti e iniziò uno scambio di corrispondenza per tentare un accordo. A Cuzco, Hernando Pizarro, tornato dalla Spagna comprese che Almagro avrebbe rivendicato il possesso della città e cercò di impedire, con qualsiasi mezzo, un'alleanza tra questi e gli indigeni insorti. Le sue mene non andarono a buon fine, ma alimentarono un clima di sfiducia e di sospetti che occasionò uno scontro tra i reduci del Cile e le truppe di Manco. Gli Inca furono respinti, ma ripiegarono in buon ordine attestandosi su posizioni sicure in attesa degli eventi. Libero infine nei suoi movimenti, Almagro si rivolse verso il Cuzco esigendone la consegna com'era suo diritto. I Pizarro, che vi avevano subito un assedio per mesi, si trincerarono dietro altrettanto sostenibili motivazioni giuridiche e si rifiutarono di cedere il possesso della città. Si addivenne ad una tregua e le due parti concordarono di mantenere, ciascuna la propria posizione senza cercare di fortificarsi.
Il tempo giocava a favore dei Pizarro perché un esercito a loro favorevole era segnalato in arrivo, ma Hernando, cercò di avvantaggiarsi comunque e i suoi uomini furono sorpresi, nella notte del 18 aprile del 1537, mentre tentavano di distruggere un ponte. La misura era colma e il focoso Almagro diede l'ordine dell'attacco. Praticamente non vi fu neppure la parvenza di una difesa, se si eccettua quella di Hernando e di suo fratello Gonzalo che, asserragliati in una casa fortificata, vi furono stanati col fuoco dal luogotenente di Almagro, l'irriducibile Orgoñez.

La vittoria di Abancay



L'esercito che si avvicinava era composto da più di 500 uomini sotto la guida di Alonso de Alvarado, un capitano di fiducia di Pizarro che era stato inviato a soccorrere, dall'assalto degli Inca, gli assediati del Cuzco. Memore degli agguati che erano costati la perdita delle precedenti spedizioni, Alvarado procedeva assai lentamente, badando soprattutto a compiere sanguinose rappresaglie sugli abitanti dei villaggi che incontrava. La sua marcia fu costellata da una vera scia di sangue e di sofferenze per le popolazioni indigene che non avrebbero mai dimenticato la sua sinistra figura. Quando il sopraggiungente esercito arrivò nei pressi della città, Almagro inviò due incaricati per parlamentare, ma Alvarado, in spregio alla bandiera bianca, li fece mettere ai ceppi. Non restava che combattere e Almagro fece schierare le sue truppe nella località di Abancay.
Tra gli uomini di Alvarado militava un orgoglioso capitano, Pedro de Lerna, che era in pieno disaccordo con il suo comandante. Costui fece sapere a Orgoñez che avrebbe opposto solo una resistenza puramente formale e il luogotenente di Almagro pensò bene di approfittare del favore. Nella notte del 12 luglio 1537, Orgoñez, con un pugno di fedeli, passò il fiume che divideva i due eserciti, appoggiato da un forte contingente di indigeni al comando di Paullu. Questa parte del guado era pattugliata da Pedro de Lerna e i suoi soldati, come promesso, si ritirarono senza combattere. Orgoñez diede l'attacco inaspettatamente al campo nemico e la sua azione seminò il panico. Le restanti truppe di Almagro, prontamente sopraggiunte, non dovettero far altro che accettare la resa dell'esercito sconfitto. Lo stesso Alonso de Alvarado, catturato con tutti i suoi uomini, fu mandato a raggiungere, nel carcere del Cuzco, quei prigionieri che era venuto a liberare.
L'inca Paullu fu uno dei beneficiari della giornata. Almagro, grato per tutti i suoi servigi, al termine di una cerimonia ufficiale, lo nominò Inca supremo, al posto del fratello Manco, deposto per l'occasione.

Trattative tra Almagro e Pizarro

Almagro non si inorgoglì affatto per la clamorosa vittoria e cercò di sanare la vertenza con Pizarro, in termini amichevoli. Se avesse dato retta ad Orgoñez, avrebbe giustiziato i fratelli del suo ex socio e avrebbe marciato su Lima prima che i suoi avversari si rimettessero dalla sconfitta, ma l'adelantado era restio a compromettersi apertamente con i suoi compatrioti. Pizarro, dal canto suo, preoccupato per la sorte dei fratelli si affidò alla sola persona che godeva della sua fiducia e di quella di Almagro. Si trattava del giudice d'Espinoza, il vero finanziatore della prima spedizione verso il Perù. Almagro accolse con favore il negoziatore e questi si dette subito da fare per comporre la vertenza, ma improvvisamente morì, lasciando la questione incompiuta.
Vedendo che nulla accadeva, Almagro che aveva deciso di fondare una sua città sul mare, prese con se il suo prigioniero Hernando e si diresse alla volta della valle di Chincha per mettere in opera i suoi propositi.
La sua fu una mossa avventata perché gli altri prigionieri, lasciati con una minima custodia al Cuzco, riuscirono a corrompere i loro guardiani e a guadagnare la sicurezza di Lima. Hernando, però, era sempre prigioniero e suo fratello Francisco doveva trovare un mezzo per liberarlo. Gli sembrò una buona idea di proporre un arbitrato e di scegliere come giudice padre Francisco de Bodabilla, principale dell’Ordine de la Merced e stimato religioso di Lima.
Almagro accettò la proposta, contro il parere del solito Orgoñez e l'arbitro diede corso alle sue esplorazioni. Cercò di fare rappacificare i due contendenti, ma un'insidia degli uomini di Pizarro mandò a monte il tentativo. Emise infine la sentenza, ma il suo responso scandalizzò tutte le persone oneste lasciando esterrefatti gli uomini di Almagro, con l'eccezione di Orgoñez che accolse il verdetto con delle risate. Secondo il padre mercedario, Almagro doveva liberare i suoi prigionieri e abbandonare il possesso del Cuzco, in attesa delle decisioni della Corona.
Hernando non corse mai un pericolo maggiore di perdere la vita come in quell'occasione e suo fratello, il governatore, rendendosi conto dell'esagerazione delle pretese si dispose a fare delle concessioni. Accettò cioè che Almagro restasse padrone del Cuzco, in attesa delle decisioni delle autorità della madre patria. Quanto ad Hernando, costui sarebbe stato liberato, ma solo dopo un giuramento solenne di partire subito per la Spagna.

La sconfitta di Las salinas


Almagro accettò le condizioni di Pizarro e rilasciò il suo prigioniero, ma non aveva fatto i conti con la doppiezza di costui. Appena liberato, Hernando si preoccupò di trovare un religioso compiacente che lo sciogliesse dal giuramento, poi, circuì, in ogni modo, il fratello finché lo convinse a vendicarsi del suo antico socio.
Almagro cadde gravemente ammalato nel momento in cui la sua intraprendenza sarebbe stata di maggiore aiuto ed apprese, mentre era infermo, che i suoi nemici stavano marciando verso il Cuzco. Orgoñez avrebbe voluto scuoterlo e convincerlo a tentare un colpo di mano. Secondo lui, Lima era stata lasciata completamente sguarnita e, aggirando l'esercito in marcia, sarebbe stata una facile preda che li avrebbe ripagati, con gli interessi, della perdita del Cuzco. Anche Paullu si offrì di attaccare le forze di Pizarro, approntando, al passaggio di una gola, uno di quegli agguati micidiali che gli Inca avevano dimostrato di saper così bene condurre. L'adelantado era, però, ormai l'ombra di se stesso e non voleva rinunciare alla speranza di poter comporre pacificamente il dissidio che lo separava dal suo antico compagno di avventura. Solo quando i soldati di Lima, condotte da Hernando, giunsero nei pressi del Cuzco capì che la sorte poteva essere decisa solo con le armi e lasciò ogni iniziativa ad Orgoñez.
Il 26 aprile 1538 i due eserciti si incontrarono nella pianura di Las salinas in quella che sarebbe stata la battaglia decisiva. Orgoñez aveva la superiorità in quanto a cavalleria, ma le truppe di Hernando erano più numerose e meglio armate disponendo di uno speciale corpo di archibugieri, appena giunto da Santo Domingo. Fu appunto una nutrita scarica che colpì le truppe montate di Almagro aprendo le ostilità. Orgoñez rispose con una salva di artiglieria che seminò lo sgomento tra le file nemiche, ma perse tempo per riordinare le proprie truppe e permise agli archibugieri di caricare le loro micidiali armi a palle incatenate. La successiva scarica ebbe come bersaglio le lunghe picche della fanteria del Cuzco, che con la loro presenza tenevano a distanza la cavalleria dei Pizarro. Già questa stava per lanciarsi all'attacco delle truppe disorientate, quando Orgoñez e Pedro de Lerna entrarono in azione. La loro carica fu travolgente e penetrò all'interno dei reparti di Hernando. Il luogotenente di Almagro fece prodigi di valore. Abbatté diversi nemici, perse il cavallo, ma si rialzò e, quantunque ferito, arrestò con una stoccata un assalitore che si apprestava a finirlo. Rimasto solo al centro della mischia, fu infine circondato ed esortato ad arrendersi. Sfinito e quasi cieco per una ferita al capo, acconsentì a consegnare la spada, ma uno spregevole cavaliere lo assalì disarmato e gli spiccò la testa dal busto.
Pedro de Lerna aveva puntato su Hernando Pizarro con la lancia in resta e i due cavalieri si scontrarono brutalmente. Il capitano de Lerna ricevette una ferita alla coscia, ma Hernando non poté evitare che l'arma dell'avversario lo raggiungesse al ventre. Sarebbe stato sicuramente ucciso se uno scarto del suo cavallo non lo avesse sottratto all'impatto.
Caduti i due capitani, le truppe dei Cileni si sbandarono e la battaglia assunse l'aspetto di una carneficina. I fuggitivi furono incalzati fino al Cuzco e, quelli che non perirono nella fuga, furono finiti tra le vie della città in una vera e propria caccia all'uomo. Almagro, che aveva seguito in lettiga l'esito della battaglia, fu catturato all'interno della fortezza in cui si era rifugiato.

Morte di Almagro

Restava da definire la sorte di Almagro. L'anziano conquistador fu trattato con il dovuto rispetto e, visti i riguardi che riceveva, si convinse che la sua elevata condizione lo avrebbe preservato da soluzioni brutali. Si sbagliava perché Hernando, con subdola raffinatezza aveva provveduto ad illuderlo per meglio abbatterlo. Quando ormai si sentiva al sicuro, gli fu, infatti, comunicata la sentenza di morte. Lo scoramento assalì il debilitato capitano di tante battaglie che si umiliò a chiedere la grazia della vita. Fu un attimo perché, quando si avvide della perfidia del suo antagonista, riacquistò immediatamente la sua dignità di cavaliere castigliano e si apprestò ad affrontare la morte. Chiese di confessarsi e di redigere un testamento. Entrambe le richieste furono accolte e, alla fine della bisogna, Almagro fu garrotato all'interno del carcere in cui aveva vissuto gli ultimi giorni della sua vita. Il suo cadavere non fu, però, rispettato e, trascinato nella piazza principale della città, venne sottoposto ad un ignobile insulto. La sua testa venne spiccata dal busto parafrasando una macabra esecuzione alla presenza del suo spietato carnefice, il beffardo e vendicativo Hernando Pizarro.
Almagro, quando fu giustiziato, aveva passato da qualche anno la sessantina. La sua vita era stata costellata da avventure e successi di ogni genere. Era piccolo di statura, guercio da un occhio e per niente piacevole alla vista, ma aveva moltissimi amici. Il suo carattere presentava importanti contraddizioni. Era amabile con gli indigeni e molti avevano dato la vita, con entusiasmo, per lui, ma, durante la spedizione in Cile, aveva permesso ogni sorta di brutalità nei loro confronti. Era ambizioso e avido di ricchezze, ma sapeva dimostrarsi prodigo quanto pochi. Aveva speso la maggior parte delle sue ricchezze per armare la spedizione cilena e, prima di partire, aveva rimesso i debiti a tutti coloro a cui aveva imprestato somme, anche importanti. Era coraggioso, tenace e valoroso, buon combattente e ottimo comandante. Era privo di malizie, sincero ed impetuoso, ma non poteva competere con l'astuzia dei suoi antagonisti. Quando aveva in suo possesso Hernando si era comportato con signorilità e moderazione e non poteva concepire che non si facesse altrettanto con lui. La sua massima aspirazione era quella di godere, in pace, delle ricchezze e degli onori che aveva onestamente guadagnato, ma non aveva compreso che, nella spietata realtà della vita coloniale, ciò era possibile solo finché il rispetto fosse sorretto dal potere delle armi.

Diego de Almagro
Domingo Z. Mesa  1873

Diego de Almagro, (c. 1475 – July 8, 1538), also known as El Adelantado and El Viejo, was a Spanish conquistador and a companion and later rival of Francisco Pizarro. He participated in the Spanish conquest of Peru and is credited as the first European discoverer of Chile.
Almagro lost his left eye battling with coastal natives in the New World. In 1525 he joined the Pizarro brothers and Hernándo de Luque at Panama for the conquest of Peru.

Early years

Diego de Almagro was born and raised in Almagro, Ciudad Real, Spain.

Arrival in America

Diego de Almagro arrived in the New World on June 30, 1514, under the expedition that Ferdinand II of Aragon had sent under the guidance of Pedrarias Dávila. The expedition had landed in the city of Santa María la Antigua del Darién, Panama, where many other future conquistadors had already arrived, among them Francisco Pizarro.
There are not many details of Almagro's activities during this period, but it is known that he accompanied various sailors who departed from the city of Darien between 1514 and 1515. Almagro eventually returned and settled in Darien, where he was granted an encomienda. He built a house and made a living from agriculture.
Almagro undertook his first conquest on November 1515, commanding 260 men as he founded Villa del Acla, named after the Indian place. Due to illness he had to leave behind this mission to the licenciate Gaspar de Espinosa.
Espinosa decided to undertake a new expedition, which departed in December of 1515 with 200 men, including Almagro and Francisco Pizarro, who for the first time was designated as a captain. During this expedition, which lasted 14 months, Almagro, Pizarro and Hernando de Luque became close friends.
Also during this time Almagro established a friendship with Vasco Núñez de Balboa, who was in charge of Acla. Almagro wanted to have a ship built with the remaining materials of the Espinosa expedition, to be finished on the coast of the "Great South Sea," as the Pacific Ocean was first called by the Spanish. Current historians do not believe that Almagro was expected to participate in Balboa's expedition and probably returned to Darien.
Almagro took part in the various expeditions that took place in the Gulf of Panama, taking part again in Espinosa's parties. Espinosa was supported by using Balboa's ships. Almagro was recorded as a witness on the lists of natives whom Espinosa ordered to be carried. Almagro remained as an early settler in the newly founded city of Panama. For four years he stayed there, working at the management of his properties and those of Pizarro. He took Ana Martínez, an indigenous woman, as a common-law wife. In this period, his first son, el "Mozo", was born to them.

Conquest of Peru

By 1524 an association of conquest regarding South America was formalized among Almagro, Pizarro and Luque.:24 By the beginning of August 1524, they had received the requisite permission to discover and conquer lands further south. Almagro would remain in Panama to recruit men and gather supplies for the expeditions led by Pizarro.:92–102
After several expeditions to South America, Pizarro secured his stay in Peru with the Capitulation on 6 July 1529.:133 During Pizarro's continued exploration of Incan territory, he and his men succeeded in defeating the Inca army under Emperor Atahualpa during the Battle of Cajamarca in 1532. Almagro joined Pizarro soon afterward, bringing more men and arms.:219–222,233
After Peru fell to the Spanish, both Pizarro and Almagro initially worked together in the founding of new cities to consolidate their dominions. As such, Pizarro dispatched Almagro to pursue Quizquiz, fleeing to the Inca Empire's northern city of Quito. Their fellow conquistador Sebastián de Belalcázar, who had gone forth without Pizarro's approval, had already reached Quito and witnessed the destruction of the city by Inca general Rumiñawi. The Inca warrior had ordered the city to be burned and its gold to be buried at an undisclosed location where the Spanish could never find it. The arrival of Pedro de Alvarado from Guatemala, in search of Inca gold further complicated the situation for Almagro and Belalcázar. Alvarado's presence, however, did not last long as he left South America in exchange for monetary compensation from Pizarro.:223–227
In an attempt to claim Quito ahead of Belalcázar, in August 1534 Almagro founded a city on the shores of Laguna de Colta (Colta Lake) in the foothills of Chimborazo, some 90 miles south of present-day Quito, and named it "Santiago de Quito." Four months later would come the foundation of the Peruvian city of Trujillo, which Almagro named as "Villa Trujillo de Nueva Castilla" (the Village of Trujillo in New Castille) in honor of Francisco Pizarro's birthplace, Trujillo in Extremadura, Spain. These events were the height of the Pizarro-Almagro friendship, which historians describe as one of the last events in which their friendship soon faded and entered a period of turmoil for the control of the Incan capital of Cuzco.

Conflict with Pizarro

After splitting the treasure of Inca emperor Atahualpa, both Pizarro and Almagro left towards Cuzco and took the city in 1533. However, Almagro's friendship with Pizarro showed signs of deterioration in 1526 when Pizarro, in the name of the rest of the conquistadors, called forth the "Capitulacion de Toledo" law in which King Charles I of Spain had laid out his authorization for the conquest of Peru and the awards every conquistador would receive from it. Long before, however, each conquistador had promised to equally split the benefits. Pizarro managed to have a larger stake and awards for himself. Despite this, Almagro still obtained an important fortune for his services, and the King awarded him in November 1532 the noble title of "Don" and he was assigned a personal coat of arms.
Although by this time Diego de Almagro had already acquired sufficient wealth in the conquest of Peru and was living a luxurious life in Cuzco, the prospect of conquering the lands further south was very attractive to him. Given that the dispute with Pizarro over Cuzco had kept intensifying, Almagro spent a great deal of time and money equipping a company of 500 men for a new exploration south of Peru.
By 1534 the Spanish crown had determined to split the region in two parallel lines, forming the governorship of "Nueva Castilla" (from the 1° to the 14° latitude, close to Pisco), and that of "Nueva Toledo" (from the 14° to the 25° latitude, in Taltal, Chile), assigning the first to Francisco Pizarro and the second to Diego de Almagro. The crown had previously assigned Almagro the governorship of Cuzco, and as such Almagro was heading there when Charles V divided the territory between Nueva Castilla and Nueva Toledo. This might have been the reason why Almagro did not immediately confront Pizarro for Cuzco, and promptly decided to embark on his new quest for the discovery of the riches of Chile.

Discovery of Chile

The preparations

Charles V had given Diego a grant extending two hundred leagues south of Francisco Pizarro's. Francisco and Diego concluded a new contract on 12 June 1535, in which they agreed to share future discoveries equally. Diego raised an expedition for Chile, expecting it "would lead to even greater riches than they had found in Peru.":230,233–234 Almagro prepared the way by sending ahead three of his Spanish soldiers, the religious chief of the Inca empire, Willaq Umu, and Paullo Topa, brother of Manco Inca Yupanqui. Almagro sent Juan de Saavedra forward with one hundred and fifty men, and soon followed them with additional forces.:230,233–234 Saavedra established on January 23, 1535 the first Spanish settlement in Bolivia near the Inca regional capital of Paria.

Following the Inca Trail and crossing the Andes

Almagro left Cuzco on July 3, 1535 with his supporters and stopped at Moina until the 20th of that month. Meanwhile, Francisco Pizarro's brother, Juan Pizarro, had arrested Inca Manco Inca Yupanqui, further complicating Almagro's plans as it heavily increased the dissatisfaction of the Indians submitted to Spanish rule. Not having formally been appointed governor of any territories in the Capitulation of Toledo in 1528, however, forcing him to declare himself adelantado (governor) of Nueva Toledo, or southern Peru and present-day Chile. Some sources suggest Almagro received such a requirement in 1534 by the Spanish king and was officially declared governor of New Toledo.
Once he left Moina, Almagro followed the Inca trail followed by 750 Spaniards deciding to join him in quest for the gold lost in the ransom of Atahualpa, which had mainly benefited the Pizarro brothers and their supporters. After crossing the Bolivian mountain range and traveling past Lake Titicaca, Almagro arrived on the shores of the Desaguadero River and finally set up camp in Tupiza. From there, the expedition stopped at Chicoana and then turned to the southeast to cross the Andes mountains.
The expedition turned out to be a difficult and exhausting endeavor. The hardest phase was the crossing of the Andes cordillera: the cold, hunger and tiredness meant the death of various Spaniards and natives, but mainly slaves who were not accustomed to such rigorous climate.
Upon this point, Almagro determined everything was a failure. He ordered a small group under Rodrigo Orgonez on a reconnaissance of the country to the south.:253
By luck, these men found the Valley of Copiapó, where Gonzalo Calvo Barrientos, a Spaniard whom Pizarro had expelled from Peru for stealing objects the Inca had offered for his ransom, had already established a friendship with the local natives. There, in the valley of the river Copiapó, Almagro took official possession of Chile and claimed it in the name of King Charles V.

Dismayed in Chile

Almagro promptly initiated the exploration of the new territory, starting up the valley the Aconcagua River, where he was well received by the natives. However, the intrigues of his interpreter, Felipillo, who had previously helped Pizarro in dealing with Atahualpa, almost thwarted Almagro's efforts. Felipillo had secretly urged the local natives to attack the Spanish, but they desisted, not understanding the dangers that they posed. Almagro directed Gómez de Alvarado along with 100 horsemen and 100 foot to continue the exploration, which ended in the confluence of the Ñuble and Itata rivers. The Battle of Reinohuelén between the Spanish and hostile Mapuche Indians forced the explorers to return to the north.
Almagro's own reconnaissance of the land and the bad news of Gómez de Alvarado's encounter with the fierce Mapuche, along with the bitter cold winter that settled ferociously upon them, only served to confirm that everything had failed. He never found gold or the cities which Incan scouts had told him lay ahead, only communities of the indigenous population who lived from subsistence agriculture. Local tribes put up fierce resistance to the Spanish forces. The exploration of the territories of Nueva Toledo, which lasted 2 years, was marked by a complete failure for Almagro. Despite this, at first he thought staying and founding a city would serve well for his honor. The initial optimism that led Almagro to bring his son he had with the indigenous Panamanian Ana Martínez to Chile had faded.
Some historians have suggested that, but for the urging of his senior explorers, Almagro would probably have stayed permanently in Chile. He was urged to return to Peru and this time take definitive possession of Cuzco, so as to consolidate an inheritance for his son. Dismayed with his experience in the south, Almagro made plans of return to Peru. He never officially founded a city in the territory of what is now Chile.:254
The withdrawal of the Spanish from valleys of Chile was violent: Almagro authorized his soldiers to ransack the natives' properties, leaving their soil desolate. In addition, the Spanish soldiers took natives captive to serve as slaves. The locals were captured, tied together, and forced to carry the heavy loads belonging to the conquistadors.

Return to Peru

After the exhausting crossing of the Atacama Desert, mainly due to the weather conditions, Almagro finally reached Cuzco, Peru, in 1537.:254 According to some authors, it was during this time that the Spanish term "roto" (torn), used by Peruvians to refer to Chileans, was first coined. Almagro's disappointed troops returned to Cuzco with their "torn clothes" due to the extensive and laborious passage on foot by the Atacama Desert.

After his return, Almagro was surprised to learn of the Inca Manco's rebellion. Almagro sent an embassy to the Inca, but they mistrusted all of the Spaniards by this time. Hernando Pizarro's men formed an uneasy truce with Almagro's men, surveying to determine the boundaries of their leaders' royal grants. They needed to determine in which portion the city of Cuzco was located. However, Almagro's troops quickly took the city and imprisoned the Pizarro brothers, Hernando and Gonzalo, on the night of 8 April 1537.:254–256
After occupying Cuzco, Almagro confronted an army sent by Francisco Pizarro to liberate his brothers. Alonso de Alvarado commanded it and was defeated during the Battle of Abancay on July 12, 1537.:257 He and some of his men were imprisoned. Later, Gonzalo Pizarro and Alvarado escaped prison. Subsequent negotiations between Francisco Pizarro and Almagro concluded with the liberation of Hernando, the third Pizarro brother, in return for conceding control and administration of Cuzco to Almagro. Pizarro never intended to give up the city permanently, but was buying time to organize an army strong enough to defeat Almagro's troops.:260–262
During this time Almagro fell ill, and Pizarro and his brothers grabbed the opportunity to defeat him and his followers. The Almagristas were defeated at Las Salinas in April 1538, with Orgóñez being killed on the field of battle. Almagro fled to Cuzco, still in the hands of his loyal supporters, but found only temporary refuge; the forces of the Pizarro brothers entered the city without resistance. Once captured, Almagro was humiliated by Hernando Pizarro and his requests to appeal to the King were ignored.
As Almagro begged for his life, Hernando responded::262–268
"-he was surprised to see Almagro demean himself in a manner so unbecoming a brave cavalier, that his fate was no worse than had befallen many a soldier before him; and that, since God had given him the grace to be a Christian, he should employ his remaining moments in making up his account with Heaven!"
Almagro was condemned to death and executed by garrote in his dungeon, and then decapitated, on July 8, 1538. His corpse was taken to the public Plaza Mayor of Cuzco, where a herald proclaimed his crimes. Hernan Ponce de Leon took his body and buried him in the church of Our Lady of Mercy in Cuzco.:269

El Mozo

Diego de Almagro II (1520–1542), known as El Mozo (The Lad), son of Diego de Almagro I, whose mother was an Indian girl of Panama, became the foil of the conspirators who had put Pizarro to the sword. Pizarro was murdered on June 26, 1541; the conspirators promptly proclaimed the lad Almagro Governor of Peru. From various causes, all of the conspirators either died or were killed except for one, who was executed after the lad Almagro gave an order. The lad Almagro fought the desperate battle of Chupas on September 16, 1542, escaped to Cuzco, but was arrested, immediately condemned to death, and executed in the great square of the city.

Almagro
Domingo Z. Mesa - educarchile.cl / Archivo Fotográfico de la Universidad de Chile

Diego de Almagro (Almagro, 1475 – Cuzco, 8 de julio de 1538) fue un adelantado y un conquistador español. Participó en la conquista de Perú y se le considera oficialmente el descubridor de Chile; fue también el primer europeo en llegar al actual territorio de Bolivia.
Diego de Almagro nació en la ciudad de Almagro, en la actual provincia de Ciudad Real, siendo hijo ilegítimo de Juan de Montenegro y de Elvira Gutiérrez. Ambos padres se habían dado la promesa de matrimonio, pero terminaron su noviazgo sin realizar este compromiso. Para cuando rompieron, Elvira estaba embarazada de Diego, razón por la que sus familiares la ocultaron hasta que naciese el niño, que vio la luz en 1475.
Fundó San Pedro de Riobamba, la primera ciudad española en el Ecuador; además, mandó a fundar y poblar Puerto Viejo al capitán Francisco Pacheco en las inmediaciones de la costa.

Biografía

Origen familiar y primeros años

Los orígenes de Diego de Almagro permanecen oscuros. Había nacido en el año 1475 en la villa manchega de Almagro, en Ciudad Real, lugar del que tomó el apellido por ser hijo ilegítimo de Juan de Montenegro y Elvira Gutiérrez. Para salvar el honor de la madre, sus familiares le quitaron el infante y lo trasladaron a la cercana villa de Bolaños de Calatrava, siendo criado en esta localidad y en Aldea del Rey, a cargo de Sancha López del Peral.
Cuando cumplió los 4 años volvió a Almagro, estando bajo la tutela de un tío suyo llamado Hernán Gutiérrez hasta los 15 años, cuando por causa de la dureza de su tío se fugó de casa. Se dirigió al hogar de su madre, que ahora vivía con su nuevo esposo, para avisarle de lo ocurrido y de que se iría a recorrer el mundo, pidiéndole algo de pan que le ayudara a vivir en su miseria. Su madre, angustiada, le buscó un pedazo de pan y unas monedas y le dijo: "Toma, hijo, y no me des más presión, y vete, y ayúdate de Dios en tu aventura".
Después se le encontraría en Sevilla como criado de don Luis de Polanco, que era uno de los alcaldes de aquella ciudad. Mientras desempeñaba esta ocupación, Almagro acuchilló a otro criado por ciertas diferencias, dejándolo con heridas tan graves que motivaron que se promoviera un juicio en su contra que Almagro no quiso enfrentar, por lo que huyó de Sevilla y vagó por Andalucía hasta que decidió partir a América.
Era Diego de Almagro un hombre de mediana estatura y poco favorecido en apariencia física, ya que fue afectado de acné y viruelas mientras estuvo en España.

Llegada a la América española

Almagro llegó al Nuevo Mundo el 30 de junio de 1514 en la expedición que Fernando el Católico enviaba al mando de Pedro Arias de Ávila. La expedición desembarcó en la ciudad de Santa María la Antigua del Darién, donde se encontraban muchos otros destacados futuros conquistadores, entre ellos Francisco Pizarro.
Sobre Almagro no se tienen muchas noticias en este período, pero se sabe que acompañó a varios capitanes que salieron de la ciudad de Darién entre 1514 y mediados de 1515, aunque se mantuvo principalmente en la ciudad llegando a tener una encomienda, construyéndose una casa y dedicándose a la agricultura.
Desarrolló su primera acción conquistadora el 30 de noviembre de 1515, cuando partió de Darién al mando de 260 hombres, para fundar la villa de Acla, ubicada en el lugar del mismo nombre, pero tuvo que desistir de su empresa porque cayó enfermo y debió regresar a Darién, dejando la misión de completar su plan al licenciado Gaspar de Espinosa.
Almagro trabajó por algún tiempo con Vasco Núñez de Balboa, en ese tiempo encargado de Acla, que con los materiales de la expedición de Espinoza quería construir un barco, recortarlo y reconstruirlo en el Mar del Sur (el Pacífico). Sin embargo, según los datos obtenidos, no hay indicios de que participara en la expedición de Balboa y es más probable que regresara a Darién.
Espinosa decidió realizar una nueva expedición, partiendo en diciembre con 200 hombres, entre los que estaba un ya recuperado Almagro, y Francisco Pizarro, quien por primera vez tenía el título de capitán. En esta expedición, que duró 14 meses, se encontró con el padre Hernando de Luque a quien ya conocía anteriormente. Aunque la famosa sociedad entre los tres no estaba aún realizada, ya se demostraban confianza y amistad. Tomó parte en las incursiones, fundaciones y conquistas desarrolladas en el golfo de Panamá, participando nuevamente en una de las expediciones de Espinosa, que se transportaba en dos barcos de Balboa.
De Almagro en esta expedición solo se sabe que sirvió como testigo en listas, que en cada acontecimiento relacionado con indígenas, hacía levantar Espinosa. Permaneció en la recién fundada ciudad Santa María la Antigua del Darién, ayudando a poblarla. Durante cuatro años no participó de nuevas expediciones, ocupando su tiempo en la administración de sus bienes y los de Pizarro.
Nació en esta época su hijo Diego de Almagro el Mozo, que tuvo con una india de la región llamada Ana Martínez.
Allí tiene noticias de un reino situado en el sur, llamado Birú, que era el centro del Imperio inca. Francisco Pizarro propuso el reconocimiento de esas tierras y la conquista de sus riquezas. Sus dos primeras expediciones por esta zona, realizadas entre los años 1524-1525 y 1526-1528, revelaron las sorprendentes riquezas del Imperio incaico en las tierras recién descubiertas.
En 1529, tras la firma de la Capitulación de Toledo, la Corona española autorizó a Pizarro la conquista y gobernación de Perú, que pasó a denominarse Nueva Castilla. Reunidos Almagro y Pizarro en 1532, iniciaron desde Cajamarca la conquista del territorio de los incas y, después de ejecutar al soberano Atahualpa, partieron hacia Cuzco. Ocupada esta ciudad en 1533, Almagro marchó a tomar posesión del litoral peruano y fundó la ciudad de Trujillo, superando mediante negociación las aspiraciones del conquistador Pedro de Alvarado.

Conquista del Perú

Para aquella época se formalizó la sociedad entre Almagro, Pizarro y Luque, recibiendo a principios de agosto de 1524 el permiso esperado para descubrir y conquistar por cuenta suya las tierras ubicadas en el levante de Panamá, empresa que culminó con la conquista del imperio inca por parte de Pizarro.
Almagro permaneció en Panamá para reclutar hombres y conseguir avituallamiento, mientras Pizarro capturaba al Inca Atahualpa en Cajamarca. Los éxitos de Pizarro le movieron a solicitar el permiso real para emprender, por cuenta propia, la conquista de nuevos territorios; aunque le fue denegado, este hecho agrietó las relaciones de amistad con los Pizarro. No obstante, cuando llegó al Perú en 1533, lo hizo con un título de igual importancia que el de Pizarro, lo cual causó fricciones entre ambos. Tras repartirse el tesoro de Atahualpa y ejecutarlo, partieron hacia el Cuzco y tomaron la ciudad. La intromisión de Pedro de Alvarado se resolvió con el pago de una indemnización a este y su retirada, con lo que se evitó un conflicto.
En junio de 1535 se produjo un acercamiento entre Almagro y Francisco de Pizarro, Pizarro incentivó a Almagro a realizar nuevos descubrimientos y se realizaron los preparativos en el Cuzco. En 1534 el Adelantado Pedro de Alvarado, conquistador de Guatemala y El Salvador, le vendió en la ciudad de Quito su armada de seis naves por cien mil pesos de oro.
En 1535 el rey Carlos I recompensó a Almagro con la gobernación de Nueva Toledo, al sur de Perú, y el título de adelantado de las tierras más allá del lago Titicaca, en los territorios del actual Chile.

Descubrimiento de Chile

Preparativos

Almagro inició los preparativos de su expedición a Chile con buenos auspicios. Le llegaron noticias de los incas de que la región al sur del Cuzco estaba poblada de oro, por lo que juntó fácilmente 500 españoles para la expedición, muchos de los cuales lo habían acompañado al Perú. Iban también en la expedición unos 100 negros y unos 10.000 indios yanaconas para el transporte de las armas, ropas, víveres, etc.
Las noticias que les llegaban de Chile eran absolutamente falsas, pues los incas planeaban una rebelión contra sus dominadores y deseaban que aquel grupo tan numeroso de españoles se alejara del Perú. Para convencerlos, Almagro le pidió a un alto señor del imperio que les preparara el camino junto a tres soldados españoles, el Inca les entregó el más alto jefe religioso del imperio, el villac umu, a su propio hermano llamado Paullu Inca, y su propia compañía.
Encomendó a Juan de Saavedra que se adelantase con una columna de cien soldados para que, a la distancia de unas ciento treinta leguas, fundase un pueblo y lo esperase con los alimentos e indios de relevo que pudiera reunir en aquellas comarcas.

Por el camino del Inca

Almagro salió del Cuzco el 3 de julio de 1535 con 50 hombres y se detuvo en Molina hasta el 20 de ese mes, detenido por el inesperado arresto del Inca Manco Cápac II por Juan Pizarro, acción que le trajo problemas. Dejada atrás Molina, Almagro se encaminó por el camino del Inca, con los 50 hombres de que consistía su columna.
Recorrieron el área occidental del lago Titicaca, cruzaron el río Desaguadero y se encontró con Saavedra en un poblado llamado Paria, en que logró reunir a 50 españoles más, que pertenecían al grupo del capitán Gabriel de Rojas , y que decidieron abandonar a su jefe y dirigirse a Chile, se reunió un total de 150 hombres. Permanecieron cerca del lago Aullagas todo agosto, en espera del derretimiento de las nieves de la cordillera de los Andes.
Pasado este contratiempo, se dirigieron a Tupiza, donde se encontraron con Pablo Inga y el Villac-Umu, que tenían recolectado oro de los tributos de la región, y con los tres españoles que los acompañaron. Estos tres españoles, se habían dedicado mientras esperaban a Almagro al pillaje y asaltaron una caravana que supuestamente provenía de Chile con oro, el cual le fue mostrado a Almagro. Esto renovó los bríos de los expedicionarios haciéndoles olvidar los padecimientos de la marcha.
Aquí Almagro realizó una nueva pausa de dos meses en la expedición, esperando que viniesen las tropas. Sin embargo le inquietó una nueva noticia; había arribado al Perú el obispo de Panamá, fray Tomás de Berlanga, que traía poderes para dirimir el conflicto de límites entre los conquistadores. Los amigos de Almagro le solicitaron que volviese para defender mejor su causa, pero el Adelantado quería ir por la riqueza chilena, por lo que siguió adelante. Otro contratiempo se presentó cuando el Villac-Umu se escapó de la expedición con todos los porteadores y volvió al norte.
Pero Almagro y sus hombres siguieron adelante, ya que aún contaban con Pablo Inga. Los españoles tuvieron que tomar porteadores a la fuerza para poder transportar los avituallamientos, esto causó más de un conflicto con los naturales.

El cruce de los Andes

Los españoles más, algunos Yanaconas comenzaron a transmontar las primeras alturas de la cordillera de los Andes. En su avance por la cordillera, los expedicionarios sufrieron muchas penalidades, ya que caminaban agotados por el frío y el congelamiento de sus manos y pies, y por la dificultad de un suelo lleno de guijarros pequeños, de bordes afilados, que les destruían las suelas de los zapatos y las herraduras a los caballos. El gélido clima de la cordillera mató a gran parte de los indios Yanaconas, que empezaron a dejar en la ruta como un sendero de muerte, pues no tenían la ropa adecuada y andaban a pie desnudo, y a varios de los españoles, cuando se quitaban las botas, se les caían los congelados dedos de los pies. La tradición dice que fue por el llamado hoy Paso de San Francisco por donde Almagro realizó su triste travesía. Las penurias aumentaron al internarse por ese paisaje helado, inhóspito y silencioso, llegando incluso a detener el avance por falta de ánimos.
El conquistador, preocupado por la suerte de sus hombres, encabezó junto a otros veinte jinetes un grupo de avanzada, que atravesó la cordillera y después de cabalgar tres días enteros, llegaron al valle de Copiapó (en ese entonces Copayapu), y recogieron víveres que le suministraron los indígenas y que envió de inmediato para socorro de sus hombres.

Reconocimiento del territorio

Por fin el resto de la columna llegó a Copayapu (Valle del Copiapó) con 240 españoles, 1500 yanaconas, 150 negros y 112 caballos. Entre los negros venía una mujer leal a Almagro llamada Malgarida. Murieron durante la travesía 10 españoles, 50 caballos y cientos de indios auxiliares.
Después de la natural recuperación de energías, se dio la orden de reiniciar la marcha hacia el valle de Copiapó; sin embargo le desertaron una multitud de yanaconas que dejaron prácticamente sin sirvientes a los españoles. Almagro endureció la mano y mandó que quemaran a varios indios culpables de haber matado españoles. Estos indios habían asesinado a los tres soldados enviados en vanguardia que habían llegado a Chile.
Para su escarmiento, Almagro decidió darles un cruel castigo reuniendo a todos los caciques importantes de la región, echándoles en cara su crimen y condenándoles a morir en la hoguera. Durante la realización del castigo le llegaron noticias de los caciques de la región del Aconcagua, que deseaban entablar amistad con los blancos. Eso se debió a un par de españoles renegados de Pizarro que estaban en la región desde antes.
Se trataba de Gonzalo Calvo de Barrientos y de Antón Cerrada, quienes en realidad fueron los primeros españoles en descubrir y pisar territorio chileno. Gonzalo Calvo de Barrientos había sido afrentado por Pizarro -que había mandado que le cortaran las orejas- y para no exhibir su afrenta se internó hacia el sur del valle de Zama, de forma que llegó posteriormente más hacia el sur. Sería el más leal colaborador de Almagro.
Durante su marcha a esa región, el Adelantado tuvo noticias de un barco, el San Pedro, que había recalado en la región, (Los Vilos) dirigido por Ruy Díaz y que venía lleno de ropas, armas y víveres para la expedición. Al llegar al río Conchalí, en Los Vilos, se encontró con el otro español ya mencionado llamado Antón Cerrada quien ya había influenciado a los aborígenes a dar una bienvenida pacífica a la columna de Almagro.
Al llegar al valle del Aconcagua los españoles fueron bien recibidos por los naturales, gracias a los consejos que les había entregado Gonzalo Calvo, como se ha dicho, español radicado desde hacía años en Chile. Sin embargo, los naturales fueron influenciados por el indio Felipillo, intérprete de los conquistadores, que les habló de las malas intenciones de estos y les recomendó atacarlos o huir de ellos.
Los naturales le hicieron caso, pero no se atrevieron a atacarlos y escaparon durante la noche, al igual que el indio Felipillo y varios yanaconas, que tomaron el camino del norte, pero este último intento no fructificó. Felipillo fue atrapado y descuartizado con caballos frente al curaca de la región como escarmiento.
El territorio que el Adelantado esperaba encontrar lleno de riquezas no cumplía ni sus más mínimas expectativas, lo que le causó una gran desilusión, por lo que decidió enviar una columna de 70 jinetes y 20 infantes dirigida por Gómez de Alvarado para que explorase el sur del territorio.
Cuando la columna llegó al río Itata, tuvo lugar en Reinohuelén el primer enfrentamiento entre los españoles y los mapuches, en el que la superioridad de las armas y la sorpresa causada por los caballos permitió una fácil victoria española frente a indios muy guerreros, que se asustaron al ver el hombre montado a caballo como si fuesen ambos un solo ser.
Esto no sería más que una mera escaramuza previa a la futura Guerra de Arauco que iniciaría Pedro de Valdivia muchos años después. Almagro, al sentir la presión de la tropa desengañada por las falsas promesas de riqueza y las desalentadoras noticias de una avanzada que daban cuenta de más tierra fría y pobre,, sopesó la situación y decidió no proseguir hacia el sur.
Sin oro, Almagro, mal aconsejado por Gómez de Alvarado y Hernando de Sosa, solo pensó en regresar al Perú a intentar ganar el Cusco para su gobernación. Entre la alternativa de volver a atravesar la cordillera, o dirigirse por el desierto, se decidió por la segunda opción. En un acto de reconocimiento al sacrificio hecho por sus hombres en la expedición, y que no fueron recompensados con el ilusorio oro de esta región, decidió perdonar las deudas que sus soldados habían contraído con él, destruyendo todas las escrituras que los comprometían.
El camino por el desierto de Atacama fue tan terrible como la travesía por la cordillera: días quemantes y noches heladas, la hostilidad de los indígenas, sin contar con la escasez de agua y alimento. Pero de cualquier forma se consideró mejor que la travesía por los Andes. Salieron en grupos pequeños de no más de 10 hombres haciendo jornadas de 20 km cada día. Durante el día se refugiaban bajo la sombra de los tamarugos, en la Pampa del Tamarugal y de noche, caminaban.
Para ponerse a cubierto de una sorpresa, ya que el Perú ardía en una rebelión general contra Pizarro, Francisco Noguerol de Ulloa se hizo a la mar y desembarcó en el caserío como protección adelantada de los expedicionarios, permaneciendo 18 días y luego regresando por tierra a Arequipa en febrero de 1537, con la pérdida consignada de un hombre, Francisco de Valdés, que murió ahogado en un río.
Tal fue el estado físico en que llegaron Almagro y sus seguidores que desde entonces se les llamó los "rotos de Chile" a quienes vinieran de esas tierras. Solo se atrevería a ir a conquistar esas tierras, 4 años más tarde, Pedro de Valdivia, en una expedición organizada desde el Perú.

Guerra Civil y muerte

En 1535, el rey Carlos I lo recompensó con la gobernación de Nueva Toledo, gobernación que comprendía desde el límite de la gobernación de Pizarro y 200 leguas al sur, y el título de Adelantado en las tierras más allá del lago Titicaca.
Al volver al Perú, en 1537, Almagro ocupó la ciudad del Cuzco, y en la batalla de Abancay, el 12 de junio de 1537, haciendo prisioneros a Hernando y Gonzalo Pizarro, por considerar que pertenecía a su gobernación. Francisco Pizarro negoció con Almagro el destierro de sus hermanos, pero en realidad Pizarro solo buscaba ganar tiempo y de algún modo imponerse ante la voluntad del rey, que decidió que el Cuzco era propiedad de Almagro.
Pizarro, sintiéndose afianzado, lejos de cumplir con el acuerdo, les dio el mando de las tropas a sus hermanos. Almagro se encontraba enfermo en el momento de la traición del acuerdo y dio el mando a Rodrigo Orgóñez y los almagristas fueron derrotados en abril de 1538 en la batalla de las Salinas. En esta misma batalla murió el leal Gonzalo Calvo de Barrientos, el desorejado de Pizarro. Hecho prisionero, Almagro fue avergonzado por Hernando Pizarro y no pudo apelar ante el rey. Almagro, sintiéndose perdido entonces, suplicó por su vida, a lo cual respondió Hernando Pizarro diciendo:
Sois caballero y tenéis un nombre ilustre; no mostréis flaqueza; me maravillo de que un hombre de vuestro ánimo tema tanto a la muerte. Confesaos, porque vuestra muerte no tiene remedio.
Fue ejecutado el 8 de julio de ese mismo año en la cárcel por estrangulamiento de torniquete y su cadáver decapitado en la Plaza Mayor de Cuzco. Malgarida, su fiel sirvienta negra, tomó el cadáver de su amo y lo enterró en la Iglesia de la Merced en el Cuzco.
Su hijo Diego de Almagro el Mozo intentó vengar a su padre, sin embargo, Francisco Pizarro murió en el palacio de Lima en 1541 a manos de Juan de Rada. Hernando Pizarro marchó a España a justificar su conducta ante el rey y fue encarcelado por más de 20 años en la fortaleza de Medina del Campo; Gonzalo Pizarro murió decapitado después de sufrir la derrota a manos del licenciado Pedro de la Gasca el 9 de abril de 1548, capitaneado por Pedro de Valdivia en contra del pizarrista Francisco de Carvajal en la Batalla de Jaquijahuana.
El más total descrédito sumió a las tierras de Chile (Chili o Chilli), asociándose su nombre al fracaso, así sería hasta 1540 en que Pedro de Valdivia revisando algunas notas de Almagro, le dio un gran valor agronómico a Chile y decidió realizar su conquista.

Alamagro Chile

Almagro se apodera del Cuzco
Francisco López de Gómara - “Historia General de las Indias” 1554

"Expedición de Almagro a Chile" Pintura de Fray Pedro Subercaseaux.
  Inicios siglo XX
Diego de Almagro (Antonio de Herrera y Tordesillas: Historia General de los hechos de los castellanos en las islas y Tierra Firme del Mar Oceáno).
Siglo XVI
PIZARO, ALMAGRO / don Diego de Almagro / don Francisco Pizarro / en Castilla
Guaman Poma 
Nueva corónica y buen gobierno (1615)
Diego de Almagro (Antonio de Herrera y Tordesillas: Historia General de los hechos de los castellanos en las islas y Tierra Firme del Mar Oceáno).
Antonio de Herrera y Tordesillas      Siglo XVI
Capture and execution of Diego de Almagro (Engraving, circa 1600).

 

Coat of arms of conqueror Diego de Almagro.
HansenBCN - Own work
 Estatua de Diego de Almagro en la plaza mayor de su localidad natal 
Mr. Tickle - Own work

  

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