venerdì 21 ottobre 2016

The Satyricon of Petronius Arbiter COVER BOOK

Satyricon

Il Satyricon è un romanzo in prosimetro della letteratura latina, attribuito a Petronio Arbitro (I secolo d.C.). La frammentarietà e la lacunosità del testo pervenuto in età moderna hanno compromesso una comprensione più precisa dell'opera.
I manoscritti che tramandano l'opera sono discordanti riguardo al titolo, riportandone diversi: Satiricon, Satyricon, Satirici o Satyrici (libri), Satyri fragmenta, Satirarum libri. È consuetudine, però, riferirsi all'opera di Petronio con il titolo di Satyricon, da intendersi probabilmente come genitivo plurale di forma greca (dov'è sottinteso libri), analogamente ad opere del periodo classico (come le Georgiche di Virgilio).
I codici, tuttavia, tramandano come titolo dell'opera anche Saturae, termine interpretabile in due modi: "libri satirici" e "libri di cose da satiri", cioè "racconti satireschi", perché connessi alla figura del satiro. Entrambe le accezioni del titolo concorrono a meglio definire il genere dell'opera come comico-satirico di contenuto licenzioso. Inoltre la trama del "Satyricon" è riconducibile alle vicende che accadevano nella corte dell'imperatore Nerone.

Identità dell'autore

L'identità dell'autore dell'opera non è certa, dal momento che il testo non fornisce elementi precisi per identificarlo in modo inequivocabile. L'indicazione fornita dai manoscritti è, infatti, limitata al solo nomen dell'autore, ovvero Petronio, senza alcuna altra indispensabile specificazione. Se in passato furono elaborate ipotesi divergenti, attualmente s'è piuttosto concordi nell'ascrivere l'opera a Tito Petronio Nigro, detto anche arbiter elegantiae/elegantiarum ("arbitro d'eleganza/eleganze"), personaggio particolarmente in vista della corte di Nerone ma improvvisamente caduto in disgrazia presso l'imperatore e condannato al suicidio nel 66. Di lui ci parla Tacito nei suoi Annales (Ann. 16, 18-19), benché non venga mai fatto riferimento a lui come l'autore del Satyricon. Se tale identificazione fosse corretta, costituirebbe un'ulteriore prova a sostegno di una datazione dell'opera al I secolo, attorno al 60 d.C., che, nonostante alcune opposizioni, trova conferma anche nelle numerose allusioni a fatti e persone dell'epoca di Nerone, cosí come per altri dati di natura linguistica.
Anche se nel romanzo non vi sono elementi diretti capaci di fornire una precisa datazione, la discussione tra Encolpio e Agamennone sul declino dell'eloquenza fa supporre che l'opera sia del I secolo d.C., in quanto questo tema fu affrontato anche da Seneca il Vecchio e da Quintiliano.
Inoltre Eumolpo, dopo il naufragio della nave di Lica, recita un Bellum Civile ricollegabile all'opera di Lucano.

Frammentarietà dell'opera

L'opera è frammentaria e lacunosa. Stando ai codici, il Satyricon doveva essere originariamente molto ampio: le uniche parti a noi pervenute risultano essere frammenti appartenenti ai libri XIV e XVI, giunti fino a noi in gran parte grazie alla conservazione degli antichi manoscritti custoditi nello scriptorium dell'abbazia di Fleury ed in quelle di Auxerre e Orléans, in Francia, e, integralmente, il libro XV, quest'ultimo scoperto nel 1650 in una biblioteca di Traù, in Dalmazia, contenente la celeberrima Cena Trimalchionis ("La cena di Trimalcione"). Il libro della Cena, però, era già stato scoperto da Poggio Bracciolini in un codice di Colonia, in Germania, nel 1423 del quale si era fatto fare una copia; da questa copia deriva il codice ritrovato a Traù. L'inizio e la fine della storia narrata sono di fatto impossibili da ricostruire in modo soddisfacente. Gli studiosi hanno suddiviso i frammenti tramandati in 141 capitoli. I frammenti giunti sino a noi sono stati poi divisi in due principali categorie: gli Excerpta brevia, caratterizzati da una predilezione per le parti in versi rispetto a quelle in prosa e dalla completa rimozione di scene a contenuto pederastico, e gli Excerpta longa, caratterizzati invece da una molto più ampia parte del testo originale, tratta da una copia risalente al XII secolo integrata poi, nel corso del secolo successivo, con i testi degli excerpta brevia ed altre varie miscellanee, in modo tale da ricreare il testo originale nella forma più completa possibile.
La mutilazione dell'opera è facilmente attribuibile alla licenziosità dell'argomento trattato ed al crudo realismo delle situazioni ivi descritte, che, agli occhi di un potenziale lettore dell'epoca, non dovevano certamente produrre un'immagine moralmente edificante della Roma imperiale.

Trama

L'opera è incentrata sulle vicissitudini di Encolpio, il giovane protagonista, di Gìtone, il suo amato efebo, e dell'infido amico-nemico Ascilto.
L'antefatto, soltanto deducibile a causa della lacunosità del testo, racconta di un oltraggio commesso da Encolpio nei confronti della divinità fallica Priapo che, da lì in poi, lo perseguiterà provocandogli una serie di tragicomici insuccessi erotici.
La narrazione tràdita si apre in una Graeca urbs della Campania, forse Pozzuoli, Napoli o Cuma, nei pressi di una scuola, dove Encolpio e l'anziano retore Agamennone dibattono fervidamente sull'inesorabile declino dell'arte dell'eloquenza. Ad un certo punto, il protagonista si rende conto che il suo compagno di viaggio Ascilto si è defilato e, approfittando dell'arrivo degli studenti, s'allontana con l'intento di andarlo a cercare. Girovagando per la labirintica città magnogreca, il giovane finisce per perdersi e, chiedendo ingenuamente indicazioni ad un'anziana sconosciuta, viene da questa trascinato in un lupanare, dove però s'imbatte proprio in Ascilto. Qui i due, nel tentativo di fuggire, sono forse coinvolti in un'orgia. Riusciti a venirne fuori, i due giovani ritornano a casa, dove trovano ad attenderli Gitone, l'efebico servo ed amante di Encolpio. In seguito, i due compari si trovano a dover fare i conti col sacrilegio commesso nel tempio di Priapo: la sacerdotessa della divinità, Quartilla, interrotta durante il rito, costringe Encolpio ed Ascilto ad un'orgia come forma d'espiazione della colpa da loro commessa. In questa è coinvolto anche Gitone, che viene poi spinto a giacere con la settenne Pannichide. Una volta soddisfatta la richiesta della sacerdotessa, ritornano tutti a casa.
Il racconto si sposta dunque a casa di Trimalcione, un rozzo ed eccentrico liberto arricchitosi immensamente con l'attività commerciale, dove i tre giovani si trovano invitati ad uno dei suoi sfarzosi e luculliani banchetti. Qui s'apre la scena della famigerata Cena Trimalchionis che, occupando quasi la metà dell'intero scritto pervenutoci, costituisce la parte centrale dell'opera. Al convivio sono ospiti, oltre ai tre giovani, anche il retore Agamennone (che, pur prendendo spesso parte ai banchetti organizzati da Trimalcione, nutre segretamente disprezzo nei suoi riguardi) ed altri vari personaggi dello stesso ceto sociale del padrone di casa. La portata del cibo è spettacolare ed altamente coreografica, accompagnata dai giochi acrobatici della servitù e dai racconti tra i commensali. I convitati intrattengono poi una lunga conversazione, che tocca i più svariati argomenti: la ricchezza e gli affari di Trimalcione, l'inopportunità dei bagni, la funzione sociale dei riti funebri, le condizioni climatiche e l'agricoltura, la religione e i giovani, i giochi pubblici, i disturbi intestinali, il valore del vetro, il fato, i monumenti funebri, i diritti umani degli schiavi. Il tutto offre uno spaccato vivace e colorato, non senza punte di chiara volgarità, della vita di quel particolare ceto sociale. Con l'arrivo di Abinna, costruttore impegnato nella realizzazione del maestoso monumento funebre di Trimalcione, quest'ultimo decide d'inscenare il proprio funerale, costringendo tutti gli astanti ad agire e comportarsi come se fossero stati invitati al suo banchetto funebre; I giovani, disgustati dal grottesco spettacolo, approfittano della confusione per fuggire.
Tornati a casa verso sera, Encolpio cade preda di un profondo sonno, a causa del troppo vino bevuto, e Ascilto, vantaggiandosi di ciò, concupisce con Gitone. Sorpresili a letto nudi, il mattino seguente, Encolpio rompe l'amicizia che lo vincolava ad Ascilto, proponendogli dunque di dividersi i loro beni comuni e d'intraprendere ognuno la propria strada; ma, al momento di dividersi, Gitone sceglie di stare con Ascilto, lasciando Encolpio solo e disperato. Vagando senza meta per le strade della città, meditando addirittura di vendicarsi a fil di glaudio dei suoi compagni traditori, il giovane si ritrova in una pinacoteca, dove fa la conoscenza di Eumolpo, un vecchio e squattrinato letterato, al quale il giovane finirà per confessare tutte le proprie disavventure. Notato poi l'interesse di Encolpio per un quadro raffigurante la presa di Troia, l'attempato poeta gliene declama il resoconto in versi (è la celebre Troiae halosis), che però non incontra i favori dei visitatori presenti che, infuriati, costringono dunque i due ad una repentina fuga. Divenuti ormai amici, Encolpio invita il suo nuovo compagno d'avventure a cena ma, sulla via del ritorno, s'imbattono in Gitone che, scappato dalle grinfie di Ascilto, implora il suo ex-padrone ed amante di riprenderlo con sé; Encolpio accetta e, con l'aiuto di Eumolpo, riesce a sottrarlo ad Ascilto con l'inganno.
Nei frammenti successivi, Encolpio, Gitone ed Eumolpo s'imbarcano su una nave che, come scoprirà con sgomento il protagonista, si trova sotto il comando del temibile Lica di Taranto, una vecchia conoscenza del giovane; sulla nave è presente anche Trifena, una ricca e nobile donna da cui Gitone sembra nascondersi. I due giovani, vestendosi con dei cenci e rasandosi il capo a zero, cercano di farsi spacciare come i servi di Eumolpo, ma alla fine vengono scoperti. Encolpio e Gitone si ritrovano così a rischiare la vita, ed è solo con l'intervento di Eumolpo, riuscito a sedare gli animi con una lunga arringa difensiva in loro favore, che i giovani hanno salva la vita. Ne segue un banchetto, in cui Eumolpo diletta i convitati con alcuni racconti. La nave poi affonda a causa di una violentissima tempesta, ma i tre riescono comunque a trarsi in salvo. Naufragati sulle coste della Calabria, Eumolpo suggerisce di recarsi a Crotone dove, stando ai suoi piani, si faranno mantenere dai cacciatori d'eredità. Durante il tragitto, Eumolpo recita ai ragazzi un poema epico, concernente il Bellum civile ("La guerra civile") fra Gaio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno.
Da come si apprende dai successivi frammenti, i tre, da un po' di tempo stabilitisi nella città calabra, con Eumolpo che recita la parte di un vecchio e danaroso senza figli e con Encolpio e Gitone quali suoi servi, vivono ormai nel lusso, grazie ai numerosi cacciatori d'eredità che, tra un dono e l'altro, cercano di entrare nelle grazie del vecchio poeta. Si legge poi di Encolpio che, per l'ira del dio Priapo, è ormai diventato impotente e, a causa di ciò, è divenuto bersaglio delle vendette di una sua ricca amante, Circe, che, credendosi da lui disprezzata, comincerà a perseguitarlo. Per cercare di porre rimedio alla sua debilitante condizione fisica, il giovane, dopo innumerevoli tentativi (tra cui quello di non unirsi più con l'amato Gitone), decide di rivolgersi a delle anziane e navigate maghe, Proseleno ed Enotea, che, con la scusa di praticare un rituale curativo, preparano il giovane a subire un rapporto anale, a cui Encolpio riesce a stento a scampare. Eumolpo, nel frattempo, sempre più pressato dai vari pretendenti, fa spargere la voce che sia morto, facendo poi redigere un testamento dove specifica che gli eredi avranno diritto alle sue sconfinate ricchezze solo se faranno a pezzi il suo corpo e se ne ciberanno in presenza del popolo.

Encolpio mitomane

Encolpio, protagonista e narratore della vicenda, si definisce "mitomane", in quanto paragona eventi del proprio vissuto a storie del mito. Questo comportamento è legato all'educazione dei giovani basato su pirati, avventure... tutti eventi poco realistici.
Encolpio, abbandonato da Gitone, su una spiaggia ripensa al proprio vissuto proprio come Achille all'inizio dell'Iliade, meditando vendetta. I suoi propositi vengoro però subito annichiliti dall'incontro con un soldato che gli chiede di quale legione sia, ma i suoi scarponcini bianchi sono una spia della sua bugia.
Giunto poi in una pinacoteca, osserva i quadri e, proprio come Enea sbarcato a Cartagine vede scene che gli ricordano la distruzione di Troia, così Encolpio si ricorda della propria delusione amorosa, e come nell'Eneide giunge un nuovo personaggio, ovvero Didone, così giunge Eumolpo.

Trimalcione l'arricchito

Personaggio del romanzo decisamente degno d'interesse, rappresenta la figura dell'arricchito, o parvenu. Personalità eccentrica, bizzarra, che ama ostentare la propria ricchezza e vestire in modo stravagante. Allo stesso tempo vuole anche mostrare di avere cultura. Afferma ad Agamennone che possiede ben tre biblioteche, solo che in seguito continua dicendo che una è di greco e una di latino. Crede che sia Cassandra ad aver ucciso i propri figli e non Medea, afferma che Dedalo ha rinchiuso Niobe nel cavallo di Troia, crede nell'esistenza di un poeta, tale Mopso Trace, confondendo evidentemente il poeta Mopso con Orfeo di Tracia, e sbaglia del tutto la trama dell'Iliade, in cui, stando alla sua versione, Diomede e Ganimede sarebbero stati fratelli di Elena; Agamennone la rapì e le sostituì una cerva in onore della dea Diana; vinse Ifigenia e la dette in moglie ad Achille e per questo Aiace impazzì.

Il labirinto

La Graeca urbs, cosí come la Cena Trimalchionis e la nave di Lica, sembrano richiamare un labirinto.
Encolpio si perde all'interno della città magnogreca, si muove e gli sembra di ritornare sempre nel medesimo punto. Alla fine s'imbatte in una vecchia, alla quale domanda "dove sto di casa", domanda stupida, che dimostra la sua imperizia del mondo fuori da un ambito scolastico. La donna equivoca il significato di queste parole e lo trascina in un lupanare, dove incontra Ascilto che pure lui si era perso.
Nella cena, invece, la casa stessa è un labirinto, dal quale i protagonisti non riescono ad uscire, e così pure la lunghezza ed il numero delle portate della cena, che non fanno altro che suscitare un sentimento di attesa e disattesa. Nel corso della cena, infatti, una pietanza non si dimostra mai ciò che apparentemente sembra. Inoltre proprio il cuoco di Trimalcione si chiama Dedalo.
Forse meno suggestiva è la nave di Lica, sorvegliata da un marinaio, in quanto se c'è chi sorveglia non è proprio un labirinto. Questa è comunque la tesi espressa dal latinista e filologo Paolo Fedeli.

Le novelle

All'interno dell'opera sono presenti cinque novelle, digressioni che ben si inseriscono all'interno del contesto narrativo del romanzo: "la Matrona di Efeso", "la novella del lupo mannaro", "la novella del vetro infrangibile", "la novella delle streghe", "la novella dell'Efebo di Pergamo".

Il genere

Pastiche

Il Satyricon di Petronio non rientra in un unico genere letterario codificato, bensì è una combinazione di generi molto diversi tra loro. È per questo definito un pastiche letterario.
L'opera è sicuramente composta sul modello della satira menippea, da cui trae la tecnica dell'amalgamazione di parti in prosa e parti in versi dal taglio satirico pungente e moraleggiante. Come deducibile dal titolo stesso, infatti, il Satyricon è anche ispirato al genere della satira. Questo è, però, realizzato attraverso un lucido distacco, privo quindi del forte intento moralistico degli autori satirici precedenti.
Allo stesso modo, il Satyricon risente pesantemente dell'influenza del mimo, genere teatrale caratterizzato dal forte realismo descrittivo. In ultima istanza, seppur molto più limitatamente, l'opera è ricollegabile anche alla fabula milesia, dalla quale prende spunto per le macabre o licenziose novelle illustrate all'interno nel romanzo (come quello della Matrona di Efeso o dell'Efebo di Pergamo), riscontrabile talvolta anche nell'utilizzo della prima persona e dell'ambientazione ionica.
Esiste infine un'ipotesi ancor più suggestiva, seppur non condivisa all'unanimità dagli studiosi, che accomuna il Satyricon al modello del romanzo ellenistico. Con esso l'opera ne condivide diversi aspetti: l'impianto narrativo costruito su di un tortuoso viaggio che i protagonisti si trovano, giocoforza, ad intraprendere, il rapporto amoroso che s'instaura fra di loro e le innumerevoli disavventure che essi devono di volta in volta affrontare. Tuttavia, considerando le evidenti differenze con cui gli stessi temi del romanzo ellenistico sono trattati da Petronio, alcuni critici, per primo il filologo tedesco Richard Heinze, hanno sostenuto la tesi di un mero intento parodistico dell'autore verso questo genere ben conosciuto e popolare al tempo.

Parodia

All'estrema varietà di generi del Satyricon, s'aggiunge la grande componente parodistica. Heinze, difatti, suppose nell'ultima metà dell'Ottocento che il Satyricon fosse una sistematica parodia del romanzo erotico greco: alla coppia di sposi casti e fedeli, subentra una coppia omosessuale di infedeli cronici. In comune vi è il tema della separazione e del ricongiungimento. Questo genere parodico è strettamente legato ad una tradizione letteraria già presente nella stessa Grecia antica ed attestata nel Romanzo di Iolao, di recente ritrovamento. Il Satyricon ne modifica, però, l'ambientazione: Mediterraneo Occidentale, invece del Mediterraneo Orientale.
Il Satyricon è, altrettanto evidentemente, parodia dell'Odissea di Omero, romanzo di viaggio per eccellenza, da cui l'opera di Petronio riprende, infatti, il tema del viaggio, della persecuzione del dio (per Ulisse: Nettuno, per Encolpio: Priapo), del naufragio e di altri particolari minori, quali l'avventura tra Encolpio-Polieno e Circe.
Allo stesso modo, si può intravedere anche la parodia dell'Eneide di Virgilio, in particolar modo di alcuni episodi emblematici. Questo conferma l'intento parodistico rivolto a tutta la letteratura epica in generale.
A tutto ciò si sommano parodie verso molti altri generi letterari, quali l'elegia, la tragedia, ma anche i Vangeli.

Stile

Anche per quanto riguarda lo stile possiamo parlare di pastiche, dato che l'autore si trova, nel corso di tutta l'opera, ad impiegare una gran varietà di stili e registri linguistici, adoperando un latino popolare e talora sintatticamente scorretto, caratterizzato da un lessico ricco di volgarismi e da un tono generalmente "basso", quando si trova a dover rappresentare un ambiente culturalmente "umile", come nel caso dei liberti, ed uno "alto" e raffinato qualora si trovi a rappresentare un personaggio colto ed istruito.

Realismo

(LA) « Quid me constricta spectatis fronte Catone,
damnatisque novae simplicitatis opus?
Sermonis puri non tristis gratia ridet,
quodque facit populus, candida lingua refert. »
(IT) « Perché guardate me con fronte aggricciata, o Catoni,
e censurate un'opera di inedita schiettezza?
Qui ride la grazia ilare d'un parlar puro,
e la lingua verace riporta quello che fa il popolo. »
(Petronio, Satyricon, CXXXII, 15)
Il carattere realistico del Satyricon interessa tutti i livelli descrittivi: degli ambienti, dei personaggi e del loro sistema di valori. Lo stesso Petronio dichiara apertamente la natura della tecnica narrativa da lui impiegata nel capitolo 132 dell'opera: rappresentare con linguaggio schietto e distante da moralismi tutti gli aspetti della vita quotidiana del ceto medio-basso.
L'esempio emblematico è costituito dalla Cena, dove il realismo descrittivo ha il suo culmine con la rappresentazione del comportamento e dello stile di vita dei liberti ospiti di Trimalcione.

Realismo comico

Il filologo tedesco Erich Auerbach osserva, tuttavia, che il realismo descrittivo di Petronio non è da intendersi nel senso moderno di analisi criticamente fondata della società dei propri tempi. L'arte antica si attiene, infatti, alla regola della separazione degli stili, che prevedeva una rappresentazione caricaturale e grottesca degli uomini umili, della loro vita e delle loro situazioni. È per questo che Auerbach definisce la tecnica narrativa di Petronio come "realismo comico". Questo s'applica con tono ironico e divertito anche su argomenti seri e gravi, quali la morte.

Realismo del distacco

Il latinista Luca Canali descrive il realismo di Petronio come "realismo del distacco". Questa caratteristica s'esplicherebbe nel rifiuto di un tono moraleggiante e invettivo contro la degradazione morale e culturale della società latina del tempo.

Ritmo narrativo

Il tempo del discorso, ossia il ritmo con cui viene narrata la storia, risulta spesso lento, quasi statico, e solo a tratti si ha un andamento rapido e frenetico. Un esempio eclatante è la cena di Trimalcione, che nonostante occupi un'intera notte, nel suo sviluppo dà quasi l'impressione di immobilità, pur nella notevole quantità di peripezie che si susseguono.

Linguaggio

Il realismo descrittivo di Petronio interessa, in modo quasi unico nella letteratura classica, anche il linguaggio. L'autore, come esposto sopra, corrisponde allo status sociale di ogni personaggio dell'opera un determinato registro linguistico. Così, il colto Eumolpo utilizza un registro alto, caratterizzato da un eloquio fortemente erudito e retorico, l'umile ma non infimo Encolpio un registro medio-basso (sermo familiaris), mentre, per ultimi, gli ospiti di Trimalcione uno ancora inferiore (sermo plebeius) a cui si somma l'uso di espressioni tipiche popolari. Per questo Petronio sa amministrare con saggezza il linguaggio e sa adoperarlo con maestria nei suoi personaggi.

Successo

Il Satyricon è spesso considerato come il primo esempio di quello che sarebbe poi diventato, nel tempo, il romanzo moderno. Non esiste una filiazione diretta fra il romanzo antico e il romanzo moderno, tuttavia la riscoperta dei frammenti superstiti di quest'opera ebbe, dopo il Rinascimento, un considerevole impatto sulla narrativa occidentale.
Il contenuto dell'opera, incentrato sull'erotismo, la promiscuità sessuale e il culto di Priapo, motiva la sua limitata trascrizione, e quindi la diffusione, specialmente in epoca cristiana. In età moderna, l'opera viene tuttavia rivalorizzata. Riceve l'attenzione della critica e viene popolarizzata da alcuni lavori cinematografici (in particolare Fellini Satyricon).

Possibili legami con il Vangelo di Marco

Il filologo tedesco Erwin Preuschen avanzò delle ipotesi concernenti possibili legami fra il Vangelo di Marco e il Satyricon di Petronio, scritto fra il 64 e il 65 d.C., riferendosi in particolare all'episodio della matrona efesina. Diverse sarebbero le analogie riscontrate: oltre all'episodio della crocifissione contenuto nella novella della matrona di Efeso, agli accenni alla resurrezione e all'eucarestia sparsi nel testo, spicca fra gli altri il legame fra l'unzione di Betania e l'unzione compiuta con un'ampolla di nardo da parte di Trimalcione, uno dei protagonisti dell'opera di Petronio. In particolare, lo strano carattere funebre che la cena di Trimalcione a un certo punto assume, rivelerebbe un intento parodistico che si inquadrerebbe nel clima persecutorio nei confronti dei cristiani, tipico degli anni di composizione del Satyricon, che sono gli stessi in cui si verifica la persecuzione di Nerone (di cui Petronio è consigliere).

Trasposizioni cinematografiche

(DE) « [Petronius] mehr als irgend ein grosser Musiker bisher, der Meister des presto gewesen ist, in Erfindungen, Einfällen, Worten: - was liegt zuletzt an allen Sümpfen der kranken, schlimmen Welt, auch der "alten Welt", wenn man, wie er, die Füsse eines Windes hat, den Zug und Athem, den befreienden Hohn eines Windes, der Alles gesund macht, indem er Alles laufen macht! » (IT) « [Petronio] più di qualsiasi altro grande musicista, sinora fu il maestro del «presto» nelle invenzioni, nelle idee, nelle espressioni! - Che cosa può importarci alla fine di tutto il fango di questo mondo ammalato, cattivo, ed anche del mondo «antico», quando si possiede, al pari di lui, le ali ai piedi, il respiro, lo scherno liberatore d'un vento, che mantiene sana la gente, perché la fa correre! »
(Friedrich Nietzsche, Al di là del Bene e del Male, 2, 28)

Trasposizioni cinematografiche

« Encolpio e Ascilto sono due studenti metà vitelloni, metà capelloni che passano da un'avventura all'altra, anche la più sciagurata, con l'innocente naturalezza e la splendida vitalità di due giovani animali. »
(Federico Fellini)

L'opera di Petronio fu ripresa tre volte nella cultura cinematografica. La trasposizione filmica più famosa è quella di Federico Fellini nel 1969: il Fellini Satyricon. Il film vede il cognome del regista stesso nel titolo perché è appunto una libera versione tratta dall'opera originale di Petronio. Infatti sebbene i paletti della storia di Encolpio, Ascilto e Gitone siano quelli del Satyricon originale, in questa versione cinematografica ci sono molti episodi diversi inseriti dal regista per pura invenzione assieme allo sceneggiatore Bernardino Zapponi. Le tecniche di ripresa e perfino i colori accessi e scuri dell'ambientazione romana sono particolarmente accesi, quasi onirici. Anche il comportamento dei personaggi, specialmente dei protagonisti, è molto impudente e rozzo. Specialmente le scene di violenza e di amore sono assai vivide, così tanto che il film infatti all'epoca fu vietato ai minori di 18 anni.
Le scene aggiunte dal regista già compaiono dall'inizio del film. Encolpio vede scomparso il suo giovane amante Gitone e così se la prende con l'amico Ascilto, che gli dice di aver venduto l'efebo al capocomico Vernacchio. Costui è un attore rozzo, che inscena insulsi spettacoli con un'ignorante sceneggiatura e organizzazione dei personaggi che prevede soltanto peti e plagi dai versi di Omero o Virgilio. Gitone è stato scelto come Cupido, che impersonerà anche un amante di Vernacchio, il capocomico-poeta declamatore.

Una seconda scena non presente nel Satyricon di Petronio è ambientata dopo il banchetto volgare di Trimalcione in cui Encolpio viene violentato dal capitano di una nave romana che lo cattura come schiavo. Infine costui decide addirittura di rinunciare alla propria moglie e di celebrare una cerimonia nuziale per sposare Encolpio, il quale a malincuore è costretto ad accettare. Per fortuna una nave nemica di quella romana giunge e il suo capitano, intenzionato a rubare tutte le provviste, decapita il comandante corrotto.
Altre due scene importanti aggiunte nel film di Fellini sono quella in cui Encolpio scopre di essere impotente da parte di una grassa veggente nera, che comunica con il dio Priapo, simbolo della fecondità sulla Terra. L'ultima è ambientata prima in una grande magione romana dove sia il padrone che i suoi liberti se la spassano in giochi e in piaceri sessuali, poi in un'arena. Encolpio, che vede desolazione e disgusto in tutto quello che vede, si trova costretto a fronteggiare un gladiatore nelle vesti del celebre Minotauro che cerca di ucciderlo. Di conseguenza Encolpio scoppia in lacrime e così il gladiatore, mosso da un amore improvviso per quel fanciullo, lo abbraccia e poi lo bacia passionalmente sulla labbra.
  • La seconda versione cinematografica dell'opera di Petronio è il Satyricon di Gian Luigi Polidoro (uscito nella stessa data di produzione del film di Fellini), con Ugo Tognazzi che impersona il rozzo Trimalcione. Anche questo film come il precedente è ambientato nella Roma di Nerone e possiede allo stesso modo notevoli modifiche. Ad esempio in questa versione i protagonisti si trovano alle prese con una magione lasciata loro in eredità da un lontano parente. Tuttavia gli elementi principali della trama del Satyricon originale sono sempre presenti nella pellicola.
  • L'ultima versione cinematografica del Satyricon è una parodia del film di Federico Fellini: il Satiricosissimo di Mariano Laurenti (1970). I protagonisti sono il celeberrimo duo comico Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (Franco & Ciccio) che si trovano nella Roma del presente. Sulla Via Appia Franco e Ciccio lavorano per un noto ristorante romano che, dopo l'uscita del film di Fellini, ha cambiato gestione, mettendo in mostra un arredamento ed un servizio che rievoca gli antichi costumi della Roma ai tempi di Nerone. Perfino i gestori e i camerieri del locale hanno l'obbligo di parlare latino con i clienti: perlopiù imprenditori e cafoni arricchiti che ricordano molto Trimalcione.
    Durante una sera Franco e Ciccio, in vesti di servitori, rompono una grossa brocca di vino ritenuto "risalente al 57 a.C.". Vengono cacciati a frustate e i due, finiti in un bosco, si addormentano esausti. Il giorno dopo i due si risvegliano in un prato con dei palazzi e dei templi che ricordano la Roma Imperiali. Infatti Franco e Ciccio sono esattamente tornati indietro nel tempo e vengono arrestati subito da due guardie che li conducono nella villa di Petronio Arbitro che li accoglie come propri schiavi. Franco, completamente ignorante, non sa come comportarsi in quell'epoca così avversa a lui, mentre Ciccio, appassionato lettore del Satyricon nella "sua" epoca, sa esattamente come muoversi in quel campo minato. Ora il compito dei due personaggi e di Petronio è quello di salvare l'imperatore Nerone da ripetute congiure che gli vengono ordite contro da Pisone e da Tigellino. Infatti Nerone crede che sua madre Agrippina sia l'origine di tutti gli attacchi che gli vengono perpetrati contro, così ordina a Petronio e ai due schiavi Franco e Ciccio di diventare i suoi "agenti segreti".

Filmografia

  • Fellini Satyricon, regia di Federico Fellini (1969)
  • Satyricon, regia di Gian Luigi Polidoro (1969)
  • Satiricosissimo, regia di Mariano Laurenti (1970) - parodia con Franco e Ciccio

Il Satyricon nella musica

  • La prima traccia dell'omonimo album Inneres Auge di Franco Battiato contiene la citazione esplicita del Satyricon "di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente".
  • Il compositore italiano Bruno Maderna trasse nel 1973 dal romanzo di Petronio un'opera in un atto su libretto proprio, andata in scena solo dopo la morte del suo autore nel 1976 allo Holland Festival di Scheveningen.

 
Frontespizio di un'edizione del 1709 di Satyricon

The Satyricon, or Satyricon liber ("The Book of Satyrlike Adventures"), is a Latin work of fiction believed to have been written by Gaius Petronius, though the manuscript tradition identifies the author as a certain Titus Petronius. The Satyricon is an example of Menippean satire, which is very different from the formal verse satire of Juvenal or Horace. The work contains a mixture of prose and verse (commonly known as prosimetrum); serious and comic elements; and erotic and decadent passages. As with the Metamorphoses (also called The Golden Ass) of Apuleius, classical scholars often describe it as a "Roman novel", without necessarily implying continuity with the modern literary form.
The surviving portions of the text detail the misadventures of the narrator, Encolpius, and his lover, a handsome sixteen-year-old servant boy named Giton. Throughout the novel, Encolpius has a difficult time keeping his lover faithful to him as he is constantly being enticed away by others. Encolpius's friend Ascyltus (who seems to have previously been in a relationship with Encolpius) is another major character.
It is one of the two most extensive witnesses to the Roman novel (the only other being the fully extant Metamorphoses of Apuleius, which has significant differences in style and plot). Satyricon is also regarded as useful evidence for the reconstruction of how lower classes lived during the early Roman Empire.

Principal characters

  • Encolpius. The narrator and principal character.
  • Giton. A handsome sixteen-year-old boy, pretending to be a servant to Encolpius.
  • Asciltos. An ex-gladiator and friend of Encolpius, rival for the ownership of Giton.
  • Trimalchio. An extremely vulgar and wealthy freedman.
  • Eumolpus. An aged, impoverished and lecherous poet of the sort rich men are said to hate.
  • Lichas. An enemy of Encolpius.
  • Tryphaena. A woman infatuated with Giton.
  • Corax. A barber, the hired servant of Eumolpus.
  • Circe. A woman attracted to Encolpius.
  • Chrysis. Circe's servant, also in love with Encolpius.

Synopsis

The work is narrated by its central figure, Encolpius, a teacher of rhetoric (and thus vehicle to political power) to wealthy Roman boys. The surviving sections of the novel begin with Encolpius traveling with a companion and former lover named Asciltos, who has joined Encolpius on numerous escapades.
Encolpius's slave boy, Giton, is at his owner's lodging when the story begins. Giton is constantly called "frater" ("brother") by Encolpius throughout the novel, thereby indicating that, despite the fact that he was a slave and belonged to Encolpius, he had a levelled relationship with his owner. Since their levelled relationship involved consensual sex and could be terminated by both sides, we can understand the two as a social unit that is very similar to a modern understanding of a romantic couple.

Chapters 1–26

In the first passage preserved, Encolpius is in a Greek town in Campania, perhaps Puteoli, where he is standing outside a school, railing against the Asiatic style and false taste in literature, which he blames on the prevailing system of declamatory education (1–2). His adversary in this debate is Agamemnon, a sophist, who shifts the blame from the teachers to the parents (3–5). Encolpius discovers that his companion Asciltos has left and breaks away from Agamemnon when a group of students arrive (6).
Encolpius locates Asciltos (7–8) and then Giton (8), who claims that Asciltos made a sexual attempt on him (9). After some conflict (9–11), the three go to the market, where they are involved in a dispute over stolen property (12–15). Returning to their lodgings, they are confronted by Quartilla, a devotee of Priapus, who condemns their attempts to pry into the cult's secrets (16–18).
The companions are overpowered by Quartilla and her maids, who overpower and sexually torture them (19–21), then provide them with dinner and engage them in further sexual activity (21–26). An orgy ensues and the sequence ends with Encolpius and Quartilla exchanging kisses while they spy through a keyhole at Giton having sex with a virgin girl; and finally sleeping together (26).

Chapters 26–78, Cena Trimalchionis (Trimalchio's dinner)

This section of the Satyricon, regarded by classicists such as Conte and Rankin as emblematic of Menippean satire, takes place a day or two after the beginning of the extant story. Encolpius and companions are invited by one of Agamemnon's slaves, to a dinner at the estate of Trimalchio, a freedman of enormous wealth, who entertains his guests with ostentatious and grotesque extravagance. After preliminaries in the baths and halls (26–30), the guests (mostly freedmen) join their host and enter the dining room.
Extravagant courses are served while Trimalchio flaunts his wealth and his pretence of learning (31–41). Trimalchio's departure to the toilet (he is incontinent) allows space for conversation among the guests (41–46). Encolpius listens to their ordinary talk about their neighbours, about the weather, about the hard times, about the public games, and about the education of their children. In his insightful depiction of everyday Roman life, Petronius delights in exposing the vulgarity and pretentiousness of the illiterate and ostentatious millionaires of his age.
After Trimalchio's return from the lavatory (47), the succession of courses is resumed, some of them disguised as other kinds of food or arranged to resemble certain zodiac signs. Falling into an argument with Agamemnon (a guest who secretly holds Trimalchio in disdain), Trimalchio reveals that he once saw the Sibyl of Cumae, who because of her great age was suspended in a flask for eternity (48).
Supernatural stories about a werewolf (62) and witches are told (63). Following a lull in the conversation, a stonemason named Habinnas arrives with his wife Scintilla (65), who compares jewellery with Trimalchio's wife Fortunata (67). Then Trimalchio sets forth his will and gives Habinnas instructions on how to build his monument when he is dead (71).
Encolpius and his companions, by now wearied and disgusted, try to leave as the other guests proceed to the baths, but are prevented by a porter (72). They escape only after Trimalchio holds a mock funeral for himself. The vigiles, mistaking the sound of horns for a signal that a fire has broken out, burst into the residence (78). Using this sudden alarm as an excuse to get rid of the sophist Agamemnon, whose company Encolpius and his friends are weary of, they flee as if from a real fire (78).

Chapters 79–98

Encolpius returns with his companions to the inn but, having drunk too much wine, passes out while Asciltos takes advantage of the situation and seduces Giton (79). On the next day, Encolpius wakes to find his lover and Asciltos in bed together naked. Encolpius quarrels with Asciltos and the two agree to part, but Encolpius is shocked when Giton decides to stay with Asciltos (80). After two or three days spent in separate lodgings sulking and brooding on his revenge, Encolpius sets out with sword in hand, but is disarmed by a soldier he encounters in the street (81–82).
After entering a picture gallery, he meets with an old poet, Eumolpus. The two exchange complaints about their misfortunes (83–84), and Eumolpus tells how, when he pursued an affair with a boy in Pergamon while employed as his tutor, the youth got the better of him (85–87). After talking about the decay of art and the inferiority of the painters and writers of the age to the old masters (88), Eumolpus illustrates a picture of the capture of Troy by some verses on that theme (89).
This ends in those who are walking in the adjoining colonnade driving Eumolpus out with stones (90). Encolpius invites Eumolpus to dinner. As he returns home, Encolpius encounters Giton who begs him to take him back as his lover. Encolpius finally forgives him (91). Eumolpus arrives from the baths and reveals that a man there (evidently Asciltos) was looking for someone called Giton (92).
Encolpius decides not to reveal Giton's identity, but he and the poet fall into rivalry over the boy (93–94). This leads to a fight between Eumolpus and the other residents of the insula (95–96), which is broken up by the manager Bargates. Then Asciltos arrives with a municipal slave to search for Giton, who hides under a bed at Encolpius' request (97). Eumolpus threatens to reveal him but after much negotiation ends up reconciled to Encolpius and Giton (98).

Chapters 99–124

In the next scene preserved, Encolpius and his friends board a ship, along with Eumolpus' hired servant, later named as Corax (99). Encolpius belatedly discovers that the captain is an old enemy, Lichas of Tarentum. Also on board is a woman called Tryphaena, by whom Giton does not want to be discovered (100–101). Despite their attempt to disguise themselves as Eumolpus' slaves (103), Encolpius and Giton are identified (105).
Eumolpus speaks in their defence (107), but it is only after fighting breaks out (108) that peace is agreed (109). To maintain good feelings, Eumolpus tells the story of a widow of Ephesus. At first she planned to starve herself to death in her husband's tomb, but she was seduced by a soldier guarding crucified corpses, and when one of these was stolen she offered the corpse of her husband as a replacement (110–112).
The ship is wrecked in a storm (114). Encolpius, Giton and Eumolpus get to shore safely (as apparently does Corax), but Lichas is washed ashore drowned (115). The companions learn they are in the neighbourhood of Crotona, and that the inhabitants are notorious legacy-hunters (116). Eumolpus proposes taking advantage of this, and it is agreed that he will pose as a childless, sickly man of wealth, and the others as his slaves (117).
As they travel to the city, Eumolpus lectures on the need for elevated content in poetry (118), which he illustrates with a poem of almost 300 lines on the Civil War between Julius Caesar and Pompey (119–124). When they arrive in Crotona, the legacy-hunters prove hospitable.

Chapters 125–141

When the text resumes, the companions have apparently been in Crotona for some time (125). A maid named Chrysis flirts with Encolpius and brings to him her beautiful mistress Circe, who asks him for sex. However, his attempts are prevented by impotence (126–128). Circe and Encolpius exchange letters, and he seeks a cure by sleeping without Giton (129–130). When he next meets Circe, she brings with her an elderly enchantress called Proselenos, who attempts a magical cure (131). Nonetheless, he fails again to make love, as Circe has Chrysis and him flogged (132).
Encolpius is tempted to sever the offending organ, but prays to Priapus at his temple for healing (133). Proselenos and the priestess Oenothea arrive. Oenothea, who is also a sorceress, claims she can provide the cure desired by Encolpius and begins cooking (134–135). While the women are temporarily absent, Encolpius is attacked by the temple's sacred geese and kills one of them. Oenothea is horrified, but Encolpius pacifies her with an offer of money (136–137).
Oenothea tears open the breast of the goose, and uses its liver to foretell Encolpius's future (137). That accomplished, the priestess reveals a "leather dildo," (scorteum fascinum) and the women apply various irritants to him, which they use to prepare Encolpius for anal penetration (138). Encolpius flees from Oenothea and her assistants. In the following chapters, Chrysis herself falls in love with Encolpius (138–139).
An aging legacy-huntress named Philomela places her son and daughter with Eumolpus, ostensibly for education. Eumolpus makes love to the daughter, although because of his pretence of ill health he requires the help of Corax. Encolpius reveals that he has somehow been cured of his impotence (140). He warns Eumolpus that, because the wealth he claims to have has not appeared, the patience of the legacy-hunters is running out. Eumolpus' will is read to the legacy-hunters, who apparently now believe he is dead, and they learn they can inherit only if they consume his body. In the final passage preserved, historical examples of cannibalism are cited (141).

Reconstruction of lost sections

Although interrupted by frequent gaps, 141 sections of consecutive narrative have been preserved. These can be compiled into the length of a longer novella. Speculation as to the size of the original puts it somewhere on the order of a work of thousands of pages, and reference points for length range from Tom Jones to In Search of Lost Time.
Statements in the extant narrative allows the reconstruction of some events that must have taken place earlier in the work. Encolpius and Giton have had contact with Lichas and Tryphaena. Both seem to have been lovers of Tryphaena (113) at a cost to her reputation (106). Lichas' identification of Encolpius by examining his groin (105) implies that they have also had sexual relations. Lichas' wife has been seduced (106) and his ship robbed (113).
Encolpius states at one point, "I escaped the law, cheated the arena, killed a host" (81). The second of these claims can be connected with an insult by Ascyltos (9), which might indicate that Encolpius escaped from fighting as a gladiator because the arena collapsed, although the text at that point is uncertain.
A number of fragments of Petronius' work are preserved in other authors. Servius cites Petronius as his source for a custom at Massilia of allowing a poor man, during times of plague, to volunteer to serve as a scapegoat, receiving support for a year at public expense and then being expelled. Sidonius Apollinaris refers to "Arbiter", by which he apparently means Petronius' narrator Encolpius, as a worshipper of the "sacred stake" of Priapus in the gardens of Massilia. It has been proposed that Encolpius' wanderings in the Satyricon began after he offered himself as the scapegoat and was ritually expelled. Other fragments may relate to a trial scene.
Also, among the poems ascribed to Petronius is an oracle predicting travels to the Danube and to Egypt. Edward Courtney notes that the prominence of Egypt in the ancient Greek novels might make it plausible for Petronius to have set an episode there, but expresses some doubt about the oracle's relevance to Encolpius' travels, "since we have no reason to suppose that Encolpius reached the Danube or the far north, and we cannot suggest any reason why he should have."

Analysis

Date and authorship

The date of the Satyricon was controversial in 19th- and 20th-century scholarship, with dates proposed as varied as the 1st century BC and 3rd century AD. A consensus on this issue now exists. A dramatic date under Nero (1st century AD) is indicated by the work's social background and in particular by references to named popular entertainers.
Evidence has been found in the author's style and literary concerns that this was also the period at which he was writing. Except where the Satyricon imitates colloquial language (e.g., in the speeches of the freedmen at Trimalchio's dinner), its style is in line with the literary prose of the period. Eumolpus' poem on the Civil War and the remarks with which he prefaces it (118–124) are generally understood as a response to the Pharsalia of the Neronian poet Lucan.
Similarly, Eumolpus' poem on the capture of Troy (89) has been related to Nero's Troica and to the tragedies of Seneca the Younger, and parody of Seneca's Epistles has been detected in the moralising remarks of characters in the Satyricon There is disagreement about the value of some individual arguments but, according to S. J. Harrison, "almost all scholars now support a Neronian date" for the work.
The manuscripts of the Satyricon ascribe the work to a "Petronius Arbiter", while a number of ancient authors (Macrobius, Sidonius Apollinaris, Marius Victorinus, Diomedes and Jerome) refer to the author as "Arbiter". Probably the name Arbiter is derived from Tacitus' reference to a courtier named Petronius as Nero's arbiter elegantiae or fashion adviser (Annals 16.18.2). That the author is the same as this courtier is disputed. Many modern scholars accept the identification, pointing to a perceived similarity of character between the two and to possible references in the Satyricon to affairs at the Neronian court. Others consider this conclusion "beyond conclusive proof".

Genre

The Satyricon is considered one of the gems of Western literature, and may be the earliest extant work classifiable as a novel, although some would give that honour to Chariton's Callirhoe.[citation needed] Petronius mixes together two antithetical genres: the cynic and parodic menippean satire, and the idealizing and sentimental Greek romance. The mixing of these two radically contrasting genres generates the sophisticated humor and ironic tone of Satyricon.
The name “satyricon” implies that the work belongs to the type to which Varro, imitating the Greek Menippus, had given the character of a medley of prose and verse composition. But the string of fictitious narrative by which the medley is held together is something quite new in Roman literature.[citation needed] The author was happily inspired in his devices for amusing himself and thereby transmitted to modern times a text based on the ordinary experience of contemporary life;[citation needed] the precursor of such novels as Gil Blas and The Adventures of Roderick Random. It reminds the well-read protagonist of Joris-Karl Huysmans's À rebours of certain nineteenth-century French novels: "In its highly polished style, its astute observation, its solid structure, he could discern curious parallels and strange analogies with the handful of modern French novels he was able to tolerate."
Unlike Fellini’s film discussed below, the caricature of the Satyricon does not deform the everyday life of the Roman people. Petronius uses real names for all his characters, most of them laypeople, who talk about the theatre of ancient Rome, the amphitheatre and the circus with the same enthusiasm of today’s fans of football and other team sports.[citation needed] If there is parody in the Satyricon it is not about the main characters—Encolpius, Giton and Ascyltos—but of the described social reality, and the literary genres of certain famous poets and writers, Homer, Plato, Virgil and Cicero included. Petronius’ realism has a Greek antecedent in Aristophanes, who also abandoned the epical tone to focus on ordinary subjects.[citation needed]
The Satyricon was widely read in the first centuries of the Common Era. Through poetry and philosophy, Greco-Roman literature had pretended to distance itself from everyday life, or to contemplate it loftily as in history or oratory. Petronius rebelled against this trend: “Nihil est hominum inepta persuasione falsius nec ficta severitate ineptius” (“There is nothing as blatantly false as unconvincing statements made by men and nothing as blatantly unconvincing as their fake seriousness” —section 132).

Literary and cultural legacy

Apocryphal supplements


The incomplete form in which the Satyricon survives has tantalized many readers, and between 1692 and the present several writers have attempted to round the story out. In certain cases, following a well-known conceit of historical fiction, these invented supplements have been claimed to derive from newly discovered manuscripts, a claim that may appear all the more plausible since the real fragments actually came from two different medieval sources and were only brought together by 16th and 17th century editors.
The claims have been exposed by modern scholarship, even 21st century apocryphal supplements.

Historical contributions

Found only in the fragments of the Satyricon is our source of information about the language of the people who made up Rome's populace. The Satyricon provides description, conversation, and stories that have become invaluable evidence of colloquial Latin. In the realism of Trimalchio’s dinner party, we are provided with informal table talk that abounds in vulgarisms and solecisms which gives us insight to the unknown Roman proletariat.
Book XLI of the Satyricon depicts such a conversation after the overbearing host, Trimalchio, has left the room. Dama, a guest at the party, after calling for a cup of wine, begins first:
"Dies,” inquit, “nihil est. Dum versas te, nox fit. Itaque nihil est melius quam de cubiculo recta in triclinium ire. Et mundum frigus habuimus. Vix me balneus calfecit. Tamen calda potio vestiarius est. Staminatas duxi, et plane matus sum. Vinus mihi in cerebrum abiit."
"Daytime," said he, "is nothing. You turn around and night comes on. Then there's nothing better than going straight out of bed to the dining room. And it's been pretty cold. I could scarcely get warm in a bathtub. But a hot drink is a wardrobe in itself. I've had strong drinks, and I'm flat-out drunk. The wine has gone to my head."

Modern literature

In the process of coming up with the title of The Great Gatsby, F. Scott Fitzgerald had considered several titles for his book including "Trimalchio" and "Trimalchio in West Egg;" Fitzgerald characterizes Gatsby as Trimalchio in the novel, notably in the first paragraph of Chapter VII: "It was when curiosity about Gatsby was at its highest that the lights in his house failed to go on one Saturday night—and, as obscurely as it had begun, his career as Trimalchio was over. (pp 119, 2003 Scribners Trade Paperback edition)."

The epigraph and dedication to The Waste Land showing some of the languages that T. S. Eliot used in the poem: Latin, Greek, English and Italian.
An early version of the novel, still titled "Trimalchio", is still in print by the Cambridge University Press.
T. S. Eliot's seminal poem of cultural disintegration, The Waste Land, is prefaced by a verbatim quotation out of Trimalchio's account of visiting the Cumaean Sibyl, a supposedly immortal prophetess whose counsel was once sought on all matters of grave importance, but whose grotto by Neronian times had become just another site of local interest along with all the usual Mediterranean tourist traps:
Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: "Σίβυλλα τί θέλεις;" respondebat illa: "ἀποθανεῖν θέλω".
"For I myself saw the Cumaean Sibyl with my own eyes, hanging in a cruet, and when the boys asked her, Sibyl, what do you want?, she answered, I want to die."
In Isaac Asimov's short story "All the Troubles of the World," Asimov's recurring character Multivac, a supercomputer entrusted with analyzing and finding solutions to the world's problems, is asked "Multivac, what do you yourself want more than anything else?" and, like the Satyricon's Sibyl when faced with the same question, responds "I want to die."
A sentence written by Petronius in a satyrical sense, to represent one of the many gross absurdities told by Trimalchio, reveals the cupio dissolvi feeling present in some Latin literature; a feeling perfectly seized by T. S. Eliot.
Oscar Wilde's novel, The Picture of Dorian Gray, mentions "What to imperial Neronian Rome the author of the Satyricon once had been."
DBC Pierre's novel Lights Out in Wonderland repeatedly references the Satyricon.

Graphic arts

A series of 100 etchings illustrating the Satyricon was made by the Australian artist Norman Lindsay. These were included in several 20th century translations, including, eventually, one by the artist's son Jack Lindsay.

Film

In 1969, Federico Fellini made a film, Fellini Satyricon, that was loosely based upon the book. The film is deliberately fragmented and surreal though the androgynous Giton (Max Born) gives the graphic picture of Petronius’ character. Among the chief narrative changes Fellini makes to the Satyricon text is the addition of a hermaphroditic priestess, who does not exist in the Petronian version.
In Fellini's adaptation, the fact that Ascyltos abducts this hermaphrodite, who later dies a miserable death in a desert landscape, is posed as an ill-omened event, and leads to the death of Ascyltos later in the film (none of which is to be found in the Petronian version). Other additions Fellini makes in his filmic adaptation: the appearance of a minotaur in a labyrinth (who first tries to club Encolpius to death, and then attempts to kiss him), and the appearance of a nymphomaniac whose husband hires Ascyltos to enter her caravan and have sex with her.
The year before another film version of SatyriconSatyricon—had already been made, hence the addition of the name Fellini to the title.

Music

The Norwegian black metal band Satyricon is named after the book.
American composer James Nathaniel Holland adapted the story and wrote the music to the ballet, The Satyricon.

English translations

Over a span of more than three centuries the Satyricon has frequently been translated into English, often in limited editions. The translations are as follows. The online versions, like the originals on which they are based, often incorporate spurious supplements which are not part of the real Satyricon.
  • William Burnaby, 1694, London: Samuel Briscoe. Includes Nodot's spurious supplement. Available online.
    • Revised by Mr Wilson, 1708, London.
    • Included in the edition of 1910, London, edited by Stephen Gaselee and illustrated by Norman Lindsay.
    • Reprinted with an introduction by C. K. Scott Moncrieff, 1923, London.
    • Revised by Gilbert Bagnani, 1964, New York: Heritage. Illustrated by Antonio Sotomayor.
  • John Addison, 1736, London.
  • Walter K. Kelly, 1854, in the volume Erotica: The elegies of Propertius, The Satyricon of Petronius Arbiter, and The Kisses of Johannes Secundus. London: Henry G. Bohn. Includes the supplements by Nodot and Marchena.
  • Paris, 1902. Published by Charles Carrington, and ascribed by the publisher to Sebastian Melmoth (a pseudonym used by Oscar Wilde). Includes the Nodot supplements; these are not marked off.
    • reprint "in the translation attributed to Oscar Wilde", 1927, Chicago: P. Covici; 1930, Panurge Press. Available online as the translation of Alfred R. Allinson.
  • Michael Heseltine, 1913, London: Heinemann; New York; Macmillan (Loeb Classical Library).
    • revised by E. H. Warmington, 1969, Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press.
  • William Stearns Davis, 1913, Boston: Allyn and Bacon (being an excerpt from "The Banquet of Trimalchio" in Readings in Ancient History, Vol. 2 available online with a Latin word list.)
  • W. C. Firebaugh (illustrated by Norman Lindsay), 1922, New York: Horace Liveright. Includes the supplements by de Salas, Nodot and Marchena, separately marked. Available online.
    • adapted by Charles Whibley, 1927, New York.
  • J. M. Mitchell, 1923, London: Routledge; New York: Dutton.
  • Jack Lindsay (with the illustrations by Norman Lindsay), 1927, London: Fanfrolico Press; 1944, New York: Willey; 1960, London: Elek.
  • Alfred R. Allinson, 1930, New York: The Panurge Press.
  • Paul Dinnage, 1953, London: Spearman & Calder.
  • William Arrowsmith, 1959, The University of Michigan Press. Also 1960, New York: The New American Library/Mentor.
  • Paul J. Gillette, 1965, Los Angeles: Holloway House.
  • J. P. Sullivan, 1965 (revised 1969, 1977, 1986), Harmondsworth, England: Penguin. ISBN 0-14-044489-0.
  • R. Bracht Branham and Daniel Kinney, 1996, London, New York: Dent. ISBN 0-520-20599-5. Also 1997, Berkeley and Los Angeles: University of California Press. ISBN 0-520-21118-9 (paperback).
  • P. G. Walsh, 1997, Oxford and New York: Oxford University Press. ISBN 978-0-19-283952-7 and ISBN 0-19-283952-7.
  • Sarah Ruden, 2000, Indianapolis: Hackett Publishing Company, Inc. ISBN 0-87220-511-8 (hardcover) and ISBN 0-87220-510-X (paperback).
  • Frederic Raphael (Illustrated by Neil Packer), 2003, London: The Folio Society
  • Andrew Brown, 2009, Richmond, Surrey: Oneworld Classics Ltd. ISBN 978-1-84749-116-9.


Petronius Arbiter, Satyricon, Amsterdam, Joh. Blaeu 1669-71

 Petronius Arbiter, T., Petrone Latin et François. Traduction entiere suivant le manuscrit trouvé à Belgrade en 1688









Il Satyricon

Incipit

«Ma sono di questo genere, proprio, per me, quelle Furie che agitano quelli che declamano, quando proclamano: "Queste mie ferite le ho subite per la libertà della repubblica, questo mio occhio l'ho perduto per voi. Datemi una guida, che mi guidi dai miei figli, che ci ho i tendini tagliati, che non mi tengono su il corpo". Che sono cose che si potrebbero sopportare, se ci potessero aprire una via, per quelli che si avviano verso l'eloquenza. Ma con dei contenuti tanto sballati, con delle frasi che fanno tanto chiasso per così niente, ci guadagnano soltanto questo, quelli, che ci arrivano nei tribunali, che si trovano come sbarcati sopra un altro pianeta.
[Petronio, Satyricon, traduzione di Edoardo Sanguineti, Einaudi, 1991]

Citazioni

  • Che possono le leggi, là dove solo il denaro ha potere, | o dove la povertà non ha mezzi per vincere? | Persino quei filosofi, che passano i giorni gravati dalla cinica bisaccia, | finiscono anch'essi col vendere a fior di quattrini i loro assiomi. | Pertanto anche un procedimento legale è merce da mettere a mercato, | e anche il cavaliere che siede in giudizio non sdegna di farsi comperare. (cap. XIV; 1982, p. 19)
Che cosa possono farci le leggi, dove il denaro è sovrano, | dove la povertà non può trionfarci mai? | I Cinici, persino, che vivono con il sacco in spalla, | tante volte, per i soldi, ci vendono il vero. | La giustizia è una merce, tutta esposta lì in piazza, | e il cavaliere che giudica dà la ragione a chi compera. (1991)
  • Ahimè, grida, più a lungo vive il vino che un omuncolo. È bene che noi badiamo a titillarci la gola, ché la vita si spiega tutta nel vino. (cap. XXXIV; 1982, p. 57)
Ahiahi, che ci campa più il vino, qui, che l'omettino! Bisogna che ci facciamo le spugne, noi, allora, che è la vita che è il vino. (1991)
  • Ohimé, ohimé! Siamo sacche gonfie che camminano. Valiamo meno delle mosche. Quelle almeno un po' di forza ce l'hanno; noi non abbiamo più consistenza delle bolle. (cap. XLII)
Ahiahi, che siamo proprio gli otri gonfiati che ce ne andiamo a spasso, noi, che siamo meno che una mosca, che le mosche ci hanno un po' la loro vitalità, almeno, ma che noi, invece, non siamo più che una bolla. (1991)
Heu, eheu! Vtres inflati ambulamus. Minoris quam muscae sumus. <Illae> tamen aliquam virtutem habent; nos non pluris sumus quam bullae
  • La fortuna è di vetro, proprio quando splende si infrange. (traduzione di Andrea Aragosti)
Fortuna vitrae est, tum cum splendet, frangitur.
  • L'antico amore è come un cancro. (cap. XLII)
Antiquus amor cancer est.
  • Ora, invece, gli Dei hanno i piedi felpati, perché noi non abbiamo più fede... E i campi sono là in abbandono... (cap. XLIV; 1982, p. 77)
Ma gli dei ci hanno le mani legate, adesso, che non ci è più religione. Le campagne se ne stanno... (1991)
  • Salva me, che io salverò te. (cap. XLIV)
Serva me, servabo te.
  • Qui passeggiano i porci belli e cotti. (XLV, 4)
Hic porcos coctos ambulare.
  • Una mano lava l'altra. (XLV, 13)
Manus manum lavat.
  • Ma, indegno obbrobrio, v'è gente che mangia carne di pecora eppure indossa una tunica di lana! In quanto alle api, io le considero delle bestie divine, perché vomitano miele, seppure si voglia dire che lo ricevano da Giove. E se è vero che esse pungono, gli è perché là dove è dolcezza, vi troverai unita amarezza. (cap. LVI; 1982, p. 99)
Che è un delitto che è tremendo, davvero, che uno si mangia la pecorella, e che ci prende il mantello, in più. Ma le api, per me, sono bestie da dei, che ti vomitano il miele, anche se ci raccontano che se lo prendono da Giove. Che è per questo, poi, che ci pungono, perché là, dove ci sta il dolce, ti trovi anche l'amaro. (1991)
  • Quale il padrone, tale anche il servo. (58)
Qualis dominus, talis et servus.
  • Amici, badate che anche i servi sono uomini e hanno bevuto lo stesso latte, come noi, e non vuol dire nulla se poi mala sorte li colse. (cap. LXXI; 1982, p. 135)
Ma anche gli schiavi, amici miei, uomini sono, che ci hanno bevuto tutti un latte, anche se un porco destino c'è, che li schiaccia. (1991)
  • Hai un soldo? Vali un soldo: possiedi, e avrai stima. (77, 6)
Basta, che ci hai un soldo, ci vali un soldo. (1991)
Assem habeas, assem valeas: habeas, habeberis.
  • Non bisogna fidarsi troppo dei piani prestabiliti, perché la fortuna segue una sua logica, che è ben lungi dal coincidere con la nostra. (cap. LXXXIII; 1982, p. 163)
Ma non bisogna mica poi crederci, a quello che uno si progetta, che la Fortuna ci ha poi la logica sua. (cap. LXXXII, 1991)
  • Purtroppo è proprio così: se c'è uno, che, nemico di tutti i vizi, batte la strada giusta della vita, súbito si attira l'odio di chi non segue la stessa strada. Infatti, chi si sente il coraggio di approvare ciò, che egli stesso si guarda bene dal fare? In secondo luogo, chi si dedica esclusivamente a far quattrini, non è disposto ad ammettere che fra gli uomini vi sia attività di maggior pregio di quella, a cui egli si attiene. Quindi perseguita con tutti i mezzi i letterati, perché appaia che anch'essi, seppure stimati, sono sempre al di sotto di quelli che hanno denaro. (cap. LXXXIV; 1982, p. 167)
Ma che è così, poi proprio. È che se uno si fa il nemico del vizio, che si mette che ci marcia, sopra la strada là del bene, quello se lo detestano già tutti, intanto, che è uno che non è come gli altri. E come fa, poi uno, che si approva le cose che non fa? E poi, ci sono quelli che ci pensano a farsi i soldi, soltanto, che non vogliono mica che gli uomini si credono che ci sta niente che ci sta meglio che quello che quelli ci hanno già. E così te li perseguitano, come che possono, sempre, quelli che si coltivano le lettere, che così se lo vedono poi tutti, che ci valgono meno che i soldi, anche quelli lì. (1991)
  • Quando facevo il servizio militare in Asia, mi capitò di alloggiare a Pergamo presso una famiglia privata. Ci stavo volentieri non solo perché la casa era comoda e pulita ma soprattutto in grazia del figlio del mio ospite, un bellissimo ragazzo; sicché mi misi subito a escogitare il modo di farmene un amichetto senza dare sospetti al padre. [...]
    Pochi giorni dopo, offertasi [di notte] l'occasione propizia, appena sentii russare il padre, cominciai a pregare il mio efebo di far la pace, di concedersi alla gioia, e tutte quelle parole che può suggerire un intenso desiderio. Ma lui, tutto corrucciato, non faceva che rispondermi:
    – Dormi o lo dico a mio padre.
    Tuttavia non c'è nulla di così difficile che a forza d'insistere non si possa ottenere. E, mentre lui bada a ripetermi "Adesso sveglio mio padre", io scivolo nel suo letto e, dopo un po' di resistenza mal simulata, raggiungo il mio scopo. La mia perfidia non dovette dispiacergli molto perché, dopo essersi lamentato un bel pezzo, aggiunse:
    – Tuttavia, vedrai che non sono [un bugiardo] come te. Se vuoi, fallo ancora.
    Allora, dimenticato ogni rancore, torno nelle grazie del ragazzo e, dopo aver approfittato della sua condiscendenza, mi abbandonai al sonno. Ma la replica non bastò al mio efebo nel pieno fiore di un'età ardente di desideri. Mi tolse dunque ai miei sogni e:
    – Non desideri altro? – mi chiese.
    Il dono non mi riusciva del tutto sgradito, sicché, alla meno peggio, tra un grande anfanare e sudare, gli diedi quello che desiderava e ricaddi sfinito nel sonno. Ma non era nemmeno trascorsa un'ora che quello mi dà un pizzicotto e riprende a dire:
    – Perché non lo facciamo più?
    Allora nel sentirmi svegliare a ogni momento, vado su tutte le furie e gli restituisco tali e quali le sue parole:
    – Dormi, o lo dico a tuo padre! (Eumolpo; capp. LXXXV–LXXXVII; 1960)
  • Non ti devi dunque stupire, se oggigiorno la pittura è bella e defunta, dato che a tutti, dei e uomini, pare più attraente un mucchio d'oro che qualunque capolavoro di Apelle o di Fidia, che ci fanno proprio la figura di essere dei Grechetti dalla testa matta. (cap. LXXXIX; 1982, p. 175)
Non ti devi mica farti la meraviglia, tu allora, che la pittura ci è morta. Che è il mucchio d'oro che ci è più bello per tutti, per gli dei e per gli uomini, che tutto quello che ti ha fatto Fidia con l'Apelle, questi grecastri qui, deliranti che sono. (cap. LXXXVIII, 1991)
  • Le nevi si fermano più lungamente sui terreni incolti e trascurati; ma dove la terra, lavorata dall'aratro, diventa splendente, la brina leggera sparisce in men che non si dica. Analogamente nel cuore umano si comporta l'ira: nelle anime rozze si insedia, mentre quelle raffinate appena le sfiora e si dilegua. (cap. XCIX; 1982, p. 201)
Ci resiste di più, la neve, là nelle zone che ci sono aspre e selvagge, ma che dove la terra ci sorride tutta, lì che se la domano gli aratri, tu non ci fai le due parole, che già si scioglie la brina leggiera. Che è così che ci entra dentro, qui a noi nel cuore, la rabbia, che le teste dure se le prende tutte, che le teste fini, invece, ci fa la sua carezza. (1991)
  • È una cosa che non riesco a mandar giù, che il ragazzotto piaccia ad Eumolpo. Ma, del resto, che fare? Non è forse possesso comune ogni cosa bella, che sia opera della natura? Il sole spande la sua luce per tutti e la luna, con il suo innumerabile corteggio di astri, guida al pascolo anche le fiere. Ci può essere qualche cosa più attraente dell'acqua? Ebbene, essa sgorga a libera disposizione di tutti. Allora, solamente l'amore dovrà essere un furto, e non un premio? Non di meno io mi rifiuto di possedere quelle gioie, che altri non mi possono invidiare. Si tratta di un uomo solo, e, per giunta, anziano, quindi non mi darà fastidio; anche quando volesse prendersi qualche cosa, sarebbe tradito dal suo ansimare. (cap. C; 1982, p. 203)
Ma è un bel fastidio, però, che il mio ragazzo gli piace, all'amico. Certo, che quello che la natura ci fa di meglio, quello è lì che è lì per tutti. E il sole ci fa la sua luce per tutti. E la luna, che ci ha le sue tante stelle che le vanno dietro, quella ci guida anche le bestie, là al pascolo. E non c'è niente che tu dici che è più bello che l'acqua, ma che quella, però, ci scorre lì per tutti. Ma soltanto l'amore, allora, ci è più una preda che un premio? Mai no, che non ci voglio avere niente di buono, io, che la gente poi non me lo invidia. Uno che è lì che è uno solo, che è uno vecchio, non mi pesa mica tanto, qui a me. Che se si vuole poi prendere qualche cosa così, quello ci ha poi il suo fiato grosso che gli tradisce il suo sforzo. (1991)
  • Andate adesso, o mortali, e gonfiate pure i vostri petti di grandi progetti; andate avanti guardinghi e fate piani per mille anni su quelle ricchezze, che avete con la frode carpito ad altri. [...] Se fai giusto conto della realtà delle cose, dovunque è naufragio. Ma colui che muore per la furia del mare, non ha l'estrema consolazione del sepolcro: come se ci fosse qualche differenza per chi è destinato a morire, se debba essere ucciso dal fuoco o dall'acqua o dagli anni! Qualunque cosa tu faccia, il risultato è sempre il medesimo. Ma le fiere strazieranno questo cadavere: come se il fuoco potesse riceverlo con maggiore cortesia! Anzi, questa pena riteniamo che sia la peggiore di tutte, tant'è vero che con essa siamo soliti inveire contro gli schiavi. E allora, che pazzia è mai la nostra, fare di tutto perché la sepoltura non lasci nessuna traccia di noi? (cap. CXV; 1982, pp. 247-9)
Ma via, su adesso, mortali, che ve lo riempite con i grandi sogni, il vostro cuore! Ma via, su adesso, prudenti, che vi fate il bilancio preventivo per i mille anni, lì con i soldi che voi vi siete lì fregati! [...] Se ti fai bene i tuoi calcoli, ti sta dappertutto, il naufragio. Ma quello che l'onda se lo travolge, non ci trova la sua sepoltura. Come che ci fa la differenza, per il corpo che si muore, la cosa che se lo consuma, il fuoco, l'onda, il tempo! Tutto quello che ti fai, tutto arriva a questo punto. Ma le belve te lo sbranano, il tuo cadavere. Come che il fuoco te lo accoglie meglio! Che è questa, invece, la pena che noi ce la crediamo la peggiore, quando ci abbiamo la nostra rabbia, con gli schiavi nostri. Ma che ci siamo matti, allora, che ci facciamo di tutto, proprio, perché il sepolcro, poi, non ci lascia più niente, di noi! (1991)
  • Del resto, una mente ben fondata evita gli ornamenti soltanto superficiali, e il cervello umano non può concepire, né mettere sulla carta qualche cosa di esteticamente valido, se non è, per così dire, inondato del largo fiume della cultura. Quindi si deve rifuggire con ogni cura da ogni elemento di uso comune nella scelta lessicale e bisogna andare a cogliere le parole, che non puzzano di volgarità e far proprio il motto di Orazio, il quale affermava di odiare il popolino ignorante e di scansarlo in ogni modo. (cap. CXVIII; 1982, p. 257)
  • O dei e dee, come va tutto a rovina per quanti vivono fuori della legge! non fanno altro che aspettarsi quello che sanno di meritarsi. (cap. CXXV; 1982, p. 279)
O dei, o dee, come che la va male, ai fuorilegge! Come che ci hanno la paura, sempre, per quello che si meritano! (1991)
  • LXII. «Il caso volle che il padrone andasse a Capua per vendere qualche cianfrusaglia fuori uso. Approfitto dell'occasione e persuado un nostro ospite ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Si trattava d'un soldato coraggioso come un leone. Ci avviammo al canto del gallo: splendeva una luna che pareva giorno. Ma, arrivati a certe tombe, il mio uomo si nasconde a fare i suoi bisogni tra le pietre, mentre io continuo a camminare canticchiando e mi metto a contarle. Mi volto e che ti vedo? Il mio compagno si spogliava e buttava le vesti sul ciglio della strada. Mi sentii venir meno il respiro e cominciai a sudare freddo. Sennonché quello si mette a inzuppare di orina le vesti e diventa d'improvviso un lupo. (1994)
  • Sono stati gli Dei più importanti che mi hanno fatto tornare uomo. Infatti Mercurio, che conduce e riconduce le anime, mi ha restituito quello che mi aveva tolto. Perciò sappi che adesso sono fornito meglio di Protesilao e degli altri eroi antichi. Guarda qua. E detto questo, sollevai la tunica, rimettendomi al suo giudizio. E lui dapprima fa un balzo indietro atterrito, ma poi quasi non credendo ai suoi occhi, mi afferra con le mani quel dono degli Dei. (CXL; 1987)

Citazioni su Petronio Arbitro

  • Petronio vede dall'alto il mondo che dipinge: il suo libro è una testimonianza d'altissima civiltà, ed egli attende lettori di tale levatura sociale e cultura letteraria da poter subito intendere tutte le sfumature del mal comportamento sociale e dell'abbassamento della lingua e del gusto. (Erich Auerbach)

IL SATYRICON 2 voll Petronio De Carlo '50 


The Satyricon Quotes (showing 1-9 of 9)
“Can't you see that I'm only advising you to beg yourself not to be so dumb?”
― Petronius Arbiter, The Satyricon
“Nothing is falser than people's preconceptions and ready-made opinions; nothing is sillier than their sham morality...”
― Petronius Arbiter, The Satyricon

“Everyone will find what he's looking for. Nothing pleases everyone: this man gathers thorns, that one roses.”
― Petronius Arbiter, The Satyricon
“utres inflati ambulamus. minoris quam muscae sumus, muscae tamen aliquam uirtutem habent, nos non pluris sumus quam bullae.”
― Petronius Arbiter, The Satyricon
“I said everything that a painful swelling in one's libido tells one to say.”
― Petronius Arbiter, The Satyricon
“All those who are left legacies in my will…will obtain my bequests only on one condition, that they cut my body in pieces and eat it before the eyes of the citizens…You must merely shield your eyes, and imagine that what you have swallowed is not human entrails but ten million sesterces.”
― Petronius Arbiter, The Satyricon
“Nemo nostrum solide natus est.”
― Petronius Arbiter, The Satyricon
“Just as in dicing, Fortune smiles or lowers; When good luck beckons, then your friend his gleeful service gives But basely flies when ruin o'er you towers.”
― Petronius Arbiter, The Satyricon
“No man on earth may look on forbidden things as you have done and escape punishment. Especially here, a land so infested with divinity that one might meet a god more easily than a man.”
― Petronius Arbiter, The Satyricon

















L’adattamento a fumetti del Satyricon di Petronio Arbitro realizzato da Beppe Madaudo ripercorre solo uno degli episodi narrati nei frammenti rimasti della probabilmente immensa opera originale.Il testo originale è un testo satirico, non solo per gli intenti chiaramente parodici ma anche per la diffusa trattazione di argomenti licenziosi, riallacciando in questo senso il termine “satirico” alla figura dei satiri, divinità dei boschi mitologiche e lussuriose.



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