martedì 13 settembre 2016

Plot of the rue Saint-Nicaise/E la notte santa graziò Napoleone 26 Frimaire Year IX (Criminal Mind)

E la notte santa graziò Napoleone

PARIGI La carrozza di Napoleone Bonaparte passò al galoppo un minuto prima dell' esplosione che avrebbe potuto cambiare il mondo e i secoli a seguire. Parigi si infiammò all' istante, illuminando urla, polvere e morti accatastati. Poi l' aria gelò. Tre congiurati erano in fuga. La notte era in frantumi, ma non la Francia, non Napoleone che entrò indenne e furibondo nella splendore di cristallo del Teatro dell' Opera. Tutti si alzarono per lo spavento e per l' applauso: il Primo console è vivo e questa è la sua notte, la notte di Natale, anno XI dalla Rivoluzione, 24 dicembre 1800. Napoleone è vivo per un colpo di mano del destino e per l' acquavite che ha riscaldato i muscoli del suo cocchiere César Germani, che ha frustato più del solito le due coppie di cavalli lanciandole lungo i giardini delle Tuileries e poi nella strada stretta dell' agguato, rue Saint-Nicaise*, in un frastuono completo di ruote che scheggiano il selciato, fanno vibrare le vetrine dell' orologiaio Lepautre e tutti i passanti imprigionati dal freddo e dalla luce gialla dei lampioni. I congiurati aspettano da ore. Hanno piazzato un barile di polvere nera e chiodi su un carro davanti al Café Apollon, tra il cappellaio Ometz e il parrucchiere Vitry. Uno di loro ha ingaggiato una ragazzina che in rue du Bac vende piccoli pani ai passanti. Si chiama Pensel, ha quattordici anni, indossa una gonna pesante blu e bianca, una casacca di lana grigia. Per dodici soldi deve fare la guardia al cavallo in modo che non si sposti con il carro e con il barile di polvere esplosiva che tra un po' la ucciderà. Quella di Napoleone è la prima di quattro carrozze. Viaggia con il ministro della guerra Berthier, con il generale Jean Lannes e il colonnello Lauriston, il suo aiutante di campo. Nella seconda carrozza ci sono la moglie, Joséphine de Beauharnais, e la sorella Caroline, incinta all' ottavo mese. Nelle altre viaggia il seguito. Ai lati galoppa la scorta di granatieri. Alle otto di quella sera al Teatro dell' Opera appena ribattezzato della Repubblica e delle Arti debutta La Creazione di Haydn. Sul palco centrale, hanno scritto i giornali parigini, siederà Napoleone. Napoleone ha trentuno anni, molti nemici, molto onore, ma non ancora tutto il potere. Ha messo in fuga gli inglesi a Tolone. Ha battuto i piemontesi a Millesimo. Gli austriaci a Marengo. Ha conquistato Milano, Venezia e l' Egitto. Ha sguinzagliato attraverso l' Europa le idee che hanno sbriciolato le mura della Bastiglia, annunciando la fine delle disuguaglianze feudali, dell' intolleranza religiosa e di tutte le tirannie dell' Ancien Régime. Ma in patria è il potere assoluto che cerca e che pretende: ha appena liquidato il Direttorio, coltiva la propria gloria, prepara il trono dell' impero. Così ha raddoppiato i nemici: per aver tradito la Rivoluzione lo vogliono morto i giacobini; e tutte le case regnanti per averla esportata. Il segnale dice che la carrozza è in vista. Il tuono del galoppo lo conferma. L' innesco è acceso. Ma l' umidità della notte lo rallenta: la carrozza corre più veloce della miccia. E quando il barile e i ferri esplodono, la carrozza ha già voltato l' angolo di rue du Faubourg Saint-Honoré. Viene ferito l' ultimo granatiere che chiude la scorta di Napoleone e muore il primo cavallo della carrozza che segue, quella della moglie Joséphine che sviene. In quell' intervallo di spazio, la strage. Muoiono i passanti, i clienti del café, due donne alla finestra, ventidue persone in tutto. E di Pensel, la ragazzina, restano pezzi di carne sulla strada, tra i legni del carro sbriciolato, la testa intera del cavallo e altri cinquantasei feriti. è il sangue del nuovo secolo che proprio la notte di Natale inaugura la parola "terrorismo". è "la macchina infernale", come diranno le gazzette disegnando l' esplosione in prima pagina, che dall' ombra versa il sangue innocente, ferisce alle spalle la Francia e adesso chiede vendetta. Napoleone accusa i giacobini. E in particolare un gruppo chiamato Les Exclusifs. Scatena il pallido Fouché, ex seminarista, ex rivoluzionario, amico di Robespierre e adesso di Napoleone, ministro di polizia, re di tutte le spie, re di tutti i tradimenti. «Ci vuole un po' di sangue», detta il Primo console al Consiglio di Stato. Il Senato ratifica. Fouché esegue. La ghigliottina torna in piazza. Tornano in piazza i plotoni. I suoi uomini imprigionano centotrenta giacobini sospetti. E senza processo li imbarcano verso le colonie penali della Guyana e delle Seychelles da cui non torneranno mai più. Ma quel che risarcisce Napoleone non accontenta Fouché, il quale incarica il suo migliore investigatore, il prefetto Dubois, di cercare la luce nel buio, seguire gli indizi della verità e non gli inganni della propaganda. Si riparte dalla rue Saint-Nicaise, dai resti del carro e dalla testa del cavallo aggiogato. Un tale Lamballe, mercante di grano, dichiara di aver venduto per duecento franchi proprio quel carro e quel cavallo a un ambulante che diceva di commerciare zucchero. Non lo aveva mai visto prima, ma ricorda il mantello, ricorda l' accento bretone, il corpo tozzo e specialmente la faccia, con la barba nera e una grossa cicatrice che gli spacca il sopracciglio. Venticinque giorni dopo l' attentato, il 18 gennaio, il fantasma ha i ferri ai polsi. Si chiama Jean Carbon, detto Petit Francois. Lo arrestano dentro alle mura del convento di Notre-Dame des Champs, dove si era rifugiato. Ma non è affatto un giacobino. è un fervente monarchico che sogna Luigi XVIII sul trono e l' usurpatore còrso nella polvere. Lo interrogano con il fuoco e le tenaglie. Gli estraggono tutti e sette i nomi della congiura e abbastanza sangue da maledire la vita. Due nobili stanno in cima al complotto: Pierre Robinault de Saint-Réjant, ex ufficiale della Marina reale, e Joseph-Pierre Picot de Limoelan, veterano della guerra di Vandea. Hanno ricevuto ventimila sterline dagli inglesi e istruzioni da Georges Caudoudal, monarchico, che i servizi segreti britannici hanno riportato clandestinamente in Francia per uccidere Napoleone. I congiurati hanno impiegato due mesi a perfezionare il piano, scartando il veleno o il pugnale, come gli odiati giacobini - lo scultore italiano Arena, i rivoluzionari Topino-Lebrun e Demerville - arrestati e adesso pronti per la ghigliottina, avevano tentato cinque mesi prima. Hanno scelto di usare la polvere da sparo, ma in forma di bomba, riempiendo un intero barile, aggiungendo i chiodi e i sassi per renderla micidiale e poi sigillarla con dieci grossi anelli di ferro. La certezza di uccidere uomini e donne innocenti neanche li sfiora. Anticipano il peggio dei secoli a venire inaugurando l' attentato di massa. Napoleone è il male assoluto. E la ferocia è il suo rimedio. Dirà Saint-Réjant al processo: «La polvere e la miccia non erano buone quanto avrebbero dovuto. Lo sbaglio è lì. Non nel complotto. E neppure nel piano». è lui con Carbon che quel pomeriggio del 24 dicembre indossa la blusa dei carrettieri e parcheggia il carro a metà della strada. è Limoelan che intorno alle sette di sera ingaggia la più innocua tra la folla degli ambulanti, Pensel, la ragazzina, con i suoi pani in vendita. Deve solo tenere a bada il cavallo. Un' ora, dodici soldi, mentre lui, in fondo al carro, carica e scarica. Intanto Carbon e Saint-Réjant vanno all' imbocco della via per il segnale. Ecco, ci siamo. Appena il tempo di accendere la miccia nascosta, dire alla ragazzina di non muoversi, allontanarsi senza correre. Poi l' ondata dei cavalli che il cocchiere Germani sprona. Gli evviva dei passanti che hanno riconosciuto Napoleone. Anche se Napoleone, che ha imparato a dormire a comando, si è appena addormentato. Poi il tuono, la luce, l' aria rovente. E il nero. Carbon e Saint-Réjant saliranno sul patibolo in place de Grève il 21 aprile 1801. Hanno il volto coperto da una stoffa nera che il boia gli sfila prima di farli inginocchiare davanti alla ghigliottina. Tutti e due gridano «Per il re!» e muoiono indossando la camicia rossa dei parricidi. Limoelan non verrà mai catturato. è riuscito a imbarcarsi clandestino per gli Stati Uniti d' America. Lo consuma il ricordo di Pensel, la ragazzina. Nel 1816 si fa frate. Entra in convento. Rispetterà per sempre la regola del silenzio, perseguendo l' oblio. A eccezione di ogni 24 dicembre, anniversario della strage. Quando andrà a sdraiarsi davanti all' altare per piangere, al buio, il tuono di Parigi e gli occhi di Pensel. Per tutta la notte, aspettando il Natale. * La rue Saint-Nicaise oggi non esiste più. Il luogo dell' attentato corrisponde, più o meno, a dove è stata collocata la statua di Léon Gambetta dentro ai nuovi confini dei giardini delle Tuileries
PINO CORRIAS

 The Plot of the Rue Saint-Nicaise, etching
Godefroy - Henri Gourdon de Genouillac, Paris à travers les siècles : histoire nationale de Paris et des Parisiens depuis la fondation de Lutèce jusqu'à nos jours, Paris F. Roy, éditeur, 185. rue Saint-Antoine, 1882, vol. 5
 
The plot of the rue Saint-Nicaise, also known as the Machine infernale plot, was an assassination attempt on the life of the First Consul of France, Napoleon Bonaparte, in Paris on 24 December 1800. It followed the conspiration des poignards of 10 October 1800, and was one of many Royalist and Catholic plots.
The name of the Machine Infernale, the "infernal device", was in reference to an episode during the sixteenth-century revolt against Spanish rule in Flanders. In 1585, during the Siege of Antwerp by the Spaniards, an Italian engineer in Spanish service had made an explosive device from a barrel bound with iron hoops, filled with gunpowder, flammable materials and bullets, and set off by a sawed-off shotgun triggered from a distance by a string. The Italian engineer called it la macchina infernale.

The plotters

The machine infernale attempt on Napoleon’s life was planned by seven royalist Breton chouans.
  • Pierre Robinault de Saint-Régeant (1768–1801): a supporter of Louis XVIII, Saint-Régeant had tried to stir a revolt in western France the previous year, and had publicly torn up Napoleon’s offer of amnesty to the Vendéens.
  • Pierre Picot de Limoëlan (1768–1826): the gentleman son of a guillotined royalist nobleman.
  • Georges Cadoudal (1771–1804): the giant Chouannerie leader.
  • Jean-Baptiste Coster (1771–1804): one of Cadoudal’s ablest lieutenants, known as Saint-Victor.
  • The other three plotters were the noblemen Joyaux d’Assas, Jérôme Pétion de Villeneuve, and La Haye-Saint-Hilaire.
Cadoudal had charged Limoëlan and Saint-Régeant with the task of taking Napoleon’s life. They in turn enlisted an older Chouan named François-Joseph Carbon (1756–1801), “a stocky man with a fair beard and a scar on his brow,” who had fought in the wars of the Vendée under the rebel leader Louis-Auguste-Victor, Count de Ghaisnes de Bourmont.

The plot

On 26 Frimaire Year IX of the French Republic (December 17, 1800) the chouans Carbon, Limoëlan and Saint-Régeant bought a cart and horse from a Parisian grain dealer named Lamballe. Carbon said he was a peddler who had bought a supply of brown sugar which he needed to convey to Laval in Brittany to barter for cloth and wished to buy Lamballe’s cart and old mare for that purpose. Lamballe sold him the cart and mare for two hundred francs. Carbon and his friends drove it to 19, Rue Paradis (fr), near Saint-Lazare, where they had rented a shed. There they spent five days hooping a large wine cask to the cart with ten strong iron rings. The idea was to fill the cask with gunpowder, make a machine infernale and explode it near Napoleon as he drove to a public place like the Opera.
On the first of Nivôse (December 22) Saint-Régeant drove to the Place du Carrousel looking for a placement for the machine infernale. He chose a spot in the Rue Saint-Nicaise (fr), north of the Tuileries Palace, toward the rue du Faubourg Saint Honoré, where Napoleon had defeated the royalist revolt in 1795, “more or less abreast of what is now the Place du Théâtre Français. The rue de la Loi, (today the Rue de Richelieu), which led to the opera, was almost a continuation of it.” Saint-Régeant decided that this was the perfect spot. “They would position the cart carrying the barrel in the rue St.-Nicaise, toward the rue St.-Honoré, some 20 meters from the Place du Carrousel ... One of them would stand watch before the Hôtel de Longueville, at the far side of the square. Thus he would see the carriage when it left the Tuileries, and would be able to signal to the person, who, with a long fuse, would ignite the bomb”.

The explosion

On the late afternoon of 3 Nivôse Year IX of the French Republic (Christmas Eve, December 24, 1800) the plotter Carbon, who had made the machine infernale, harnessed the mare to the cart with the big wine cask and with Limoëlan drove it to the Porte Saint-Denis, on the northern outskirts of Paris. In a deserted building, they loaded the cask with gunpowder.
Then they drove it to the rue Saint-Nicaise, north of the palace. Limoëlan crossed over to the place du Carrousel, whence he could signal his two fellow plotters to light the fuse. Saint-Régeant saw a fourteen-year-old girl named Marianne Peusol, whose mother sold fresh-baked rolls and vegetables in the nearby rue du Bac. He paid her twelve sous to hold the mare for a few minutes. At 8 P.M., thinking his police had caught the plotters against him, a relaxed but tired Napoleon reluctantly drove to the Opéra to attend a performance of Joseph Haydn’s majestic oratorio Die Schöpfung ("The Creation"), performed in France for the first time. Bonaparte’s carriage was preceded by a cavalry escort from the Garde consulaire. War Minister Berthier, General Lannes, and Colonel Lauriston, Bonaparte’s aide-de-camp, rode with the First Consul. From their memoirs, a nineteenth-century French psychologist named Garnier deduced that on his way to the Opéra the exhausted Napoleon fell asleep.
As he slept, Napoleon is said to have had a bad dream reliving his defeat at the Tagliamento River by the Austrians three years earlier. While he had been dreaming, Napoleon’s carriage, driven by a drunken man named César, passed the rue Saint-Nicaise and entered the rue du Faubourg Saint-Honoré. Limoëlan, standing in the place du Carrousel, panicked and failed to signal Saint-Régeant in the rue Saint-Nicaise, who thus lost a precious minute or two. When the leading grenadiers in Napoleon’s guard rode past him, Saint-Régeant lit the fuse and fled.
The machine infernale exploded, killing the teenage girl Peusol while killing and injuring many other innocent bystanders.

Interpretation of Napoleon's dreaming

Sigmund Freud believed that Napoleon was “an extremely sound sleeper” and wrote about this dream. Freud thought that Napoleon had harboured a “fantasy” of the Tagliamento River battle, which was revived by the explosion. To deal with this intruding physical stimulus, the sleeping Napoleon “wove” the sound of the explosion into his dream before waking up. Still dreaming that he was being bombarded by the Austrians, Napoleon woke up crying "Nous sommes minés!" ("We have been mined!"). Freud thought that Napoleon “at last started up with a cry ‘We are undermined!’ ... the First Consul wove the noise of an exploding bomb into a battle dream before he woke up from it ...”. Freud believed that Napoleon’s dream was an “alarm-clock dream” that weaves external stimuli into its structure in order to maintain the dreamer’s sleep and prevent him from being disturbed by external noises. “Napoleon could sleep on – with a conviction that what was trying to disturb him was only a dream-memory of the thunder of the guns at Arcole.”
In fact, Napoleon had been dreaming of his Tagliamento River battle in March 1797 rather than of his battle at Arcole in November 1796. The river may have unconsciously symbolized his feelings and the horses his ambitions. Napoleon did not sleep after the explosion: “Bonaparte decided to go ahead immediately, without losing one minute in which the enemy could take advantage to kill him.” Freud admitted that he had two different sources for this dream, Garnier and another source, which “did not agree in their account of it,” but he did not name or cite his other source.

Victims of the blast

Napoleon was badly shaken, but he had escaped the machine infernale blast physically unscathed. When he reached the Opéra he received a standing ovation from the audience. The explosion, however, killed several innocent bystanders. How many is unclear. One scholar believed that “a dozen persons were killed, and twenty-eight were wounded” in the blast. Another thought that “nine innocent people died and twenty-six were injured.” A third scholar wrote that the bomb killed two people and injured six people gravely (and others lightly). The bomb killed the fourteen-year-old girl, Pensol, who had been paid by Saint-Régeant to hold the mare hitched to the cart carrying the bomb, and, of course the old mare. There were also some other medical effects. Napoleon’s wife, Josephine, fainted. Her daughter Hortense’s hand was lacerated. Napoleon’s sister, Caroline Murat, who was in her ninth month of pregnancy, and whose emotional health was less than robust, was severely traumatized. She became anxious and depressed. The son she bore in January 1801, Achille Murat, reportedly suffered from epilepsy. Later Caroline had three more children.

Search for the suspects and punishments

Police informers believed that some extreme-left Jacobins known as "les exclusifs" plotted to kill Napoleon with a machine infernale. On 16 and 17 Brumaire Year IX of the French Republic (November 7–8, 1800) the Paris police arrested the exclusif plotters, including an agitator named Metge and a chemist named Chevalier.
Metge had published a pamphlet entitled Le Turc et le militaire français ("The Turk and the French Military"), comparing Napoleon to the despotic Roman ruler Julius Cæsar, who was killed by Marcus Brutus, and calling for “the birth of thousands of Bruti to stab the tyrant Bonaparte.” Chevalier had experimented with explosives in a hangar and was suspected of making a bomb to dispatch Napoleon, however, the machine infernale that exploded a month later in the rue Saint-Nicaise was not Chevalier’s bomb.
Napoleon had apparently convinced himself that the attempt on his life had been made by the extreme-left Jacobin exclusifs. Fouché accused the chouans, but Bonaparte would not listen. He was “deeply shocked and very angry.” He believed that he had done wonders for France and that his would-be assassins were ungrateful. An enraged Napoleon told his Conseil d’état, “For such an atrocious crime we must have vengeance like a thunder-bolt; blood must flow; we must shoot as many guilty men as there have been victims.” Napoleon wanted his “Jacobin enemies” removed from Mother France. Even after the real culprits were apprehended by Fouché’s police, Napoleon refused to pardon the innocent ones, insisting that they be deported from France.
130 suspects, hardly any of whom reappeared, were the ransom of the infernal machine. When Fouché held the real culprits, Saint-Rejan and Carbon, when it was known that the attempt of Nivôse was the work of Chouans, it was too late. There was no pardon for the proscribed Jacobins because their proscription had been really desired. By a subtle precaution they had not been condemned for participation in the affair of the rue Saint-Nicaise, but dealt with under a measure of public safety. Napoleon turned everything to his advantage: public anger, the annihilation of the intransigent Revolutionaries, and the indication that he had implacable enemies among the Royalists. Nor was that all. The very difficulty of making a law to meet special circumstances placed in his hands a ruler’s instrument of incomparable convenience. If the deportation of the “remains of Robespierre,” as they were called, might meet with opposition, it was in the two assemblies responsible for the manufacture of laws. The Tribunat was hostile, the Corps Législatif unfriendly.
Talleyrand suggested the idea of appealing to the Senate, a small, docile, tractable, conservative body, whose deliberations had the advantage of not being public. On the grounds that it would “preserve” the Constitution, the Senate was asked to modify it. The system of Sieyès was so perfect that it could even obliterate itself.
On 14 Nivôse Year IX of the French Republic (January 4, 1801) First Consul Bonaparte and his two colleagues Cambacérès and Lebrun exiled 130 Jacobins from France. Their consular decree read: 130 citizens whose names are indicated, suspect of carrying partial responsibility for the terrorist attempt of 3 Nivôse, the explosion of the machine infernale, shall be placed under special surveillance outside the European territory of the Republic. On 15 Nivôse (January 5) the docile Sénat ratified this act by issuing a sénatus-consulte certifying that the consuls’ action preserved the constitution. The 130 unfortunate suspects were deported from France without trial and without the right of appeal. Napoleon increasingly acted as if he had the power to do anything he wished. Two days later, on 17 Nivôse, he named André-François Miot de Mélito (fr), the future comte de Melito, the administrateur général of the two Corsican départements of the Golo and the Liamone, where anti-bonapartiste sentiment was strong and where Bonaparte had suspended constitutional rule. The Christian date was January 7 – Joseph Bonaparte’s 33rd birthday.
Working closely with Fouché, Dubois, the police prefect, had his men collect the remnants of the dead mare and of the cart at the scene of the explosion and question all the Paris horse traders. One of them gave the description of the man who had bought her from him. On 18 Nivôse Year IX (January 8, 1801), fifteen days after the explosion in the rue Saint-Nicaise that barely missed Napoleon, Carbon, the man who had made the bomb, was identified by Lamballe – the man who had sold (or rented) the cart to him – as well as by the blacksmith who had shod the mare hitched to the cart. Fouché – who had known the Jacobins’ innocence all along – brought solid proof to Bonaparte that the plotters were the royalist chouans rather than the Jacobin exclusifs. Fouché showed Bonaparte the evidence that the bomb made by the exclusif Chevalier, whom Dubois’ police had accused of having made the machine infernale, was quite different from the bomb that had exploded in the rue Saint-Nicaise.
The police minister, who had plotted with Talleyrand and Clément de Ris to replace Bonaparte, appeared eager to prove his loyalty to the First Consul. Fouché wanted to prove that it was the royalist chouans, not the republican exclusifs, as Napoleon had thought, who had tried to murder his boss. But the First Consul would not listen to his police minister, vowing vengeance against the Jacobins. On 19 Nivôse (January 9) the four conspirateurs des poignards – the Jacobins, Giuseppe Ceracchi, Joseph Antoine Aréna, François Topino-Lebrun and Dominique Demerville – were found guilty of plotting to murder the First Consul and condemned to death. Their desperate protestations of innocence and of being tortured into confessing went unheeded. Napoleon, who had been a fervent Jacobin himself, now turned against his former allies. He still insisted that the Jacobin exclusifs had tried to kill him. “A Royalist attempt would upset his policy of fusion. He refused to believe that; a Jacobin attempt suited him, as conforming to his system of the moment”.
Napoleon turned a deaf ear to Fouché. He would get rid of all those that wished to harm him:
It was a good pretext for annihilating the last remains of the violent factions, but a “purging” like that of Robespierre when he sent the “exagérés” to the guillotine, that of the Convention when they condemned the accomplices of the 1st of Prairial, that of the Directory when they shot Babeuf. At bottom, it was the progressive obliteration of the active Republicans which had made possible the return to order; and there too Bonaparte was carrying on rather than innovating. When their small number had disappeared, no counter-attack from the extreme Jacobins need be feared. There would be Royalist plots, military plots, domestic palace plots. There would be no further Republican conspiracies.
On 21 Nivôse Year IX of the French Republic (January 11, 1801) the unfortunate chemist Chevalier, who had not made the machine infernale, was executed by order of First Consul Bonaparte. On 28 Nivôse (January18), the chouan bomb maker Carbon was arrested. Under torture he gave the names of his fellow plotters, Limoëlan and Saint-Régeant. On 30 Nivôse (January 20), four weeks after the explosion of the machine infernale that missed him, Bonaparte executed the exclusif pamphleteer Metge and two of his friends, even though there was no proof that any of them had been involved in the plot against him.
On 1 Pluviôse Year IX of the French Republic (January 21, 1801) Napoleon named the 44-year-old scientist Jean-Antoine-Claude Chaptal de Chanteloup to the post of France’s interior minister. On January 25 Carbon’s fellow chouan plotter, Saint-Régeant, was arrested by Napoleon’s police. One scholar thought that “Saint-Réjant escaped to the United States and – the least the would-be assassin could do – became a priest.” In fact, Saint-Régeant was executed on 30 Germinal (April 20) at the place de Grève in Paris, where the “regicide” Robert-François Damiens had been savagely executed in 1757, and the man who escaped to the US was his fellow conspirator, Limoëlan. He had expressed feeling guilt about the death of the girl, Pensol, who had held the horse hitched to the cart. Limoëlan was ordained a priest in 1812, and died in 1826.

Napoleon's reaction

In reaction to the attempt on Napoleon's life, 130 prominent Jacobins had been exiled. On 10 Pluviôse Year IX of the French Republic (January 30, 1801) the four “daggers conspirators” – Ceracchi, Aréna, Topino-Lebrun and Demerville – who had been found guilty of plotting to murder the First Consul and condemned to death, were guillotined. Bonaparte had got rid of his remaining Jacobin enemies.
Their deaths, however, did not spell an end to plots against Napoleon. The royalists were still after him, and he saw plotters everywhere, especially in Corsica. The political journalist Roederer claimed that Napoleon told him, “If I die in four or five years, the clock will be wound up and will run. If I die before then, I don’t know what will happen.” One biographer, however, believed that so many Frenchmen needed Bonaparte and feared for his life that their fear made it possible for him to become Emperor of the French within three years.

In popular culture

The attack of the rue Saint-Nicaise was written by G. Lenotre, a historian who wrote mainly about the French Revolution and the Reign of terror.
The rue Saint-Nicaise attack also provides the backdrop of "FOR THE KING" a 2010 historical novel by Catherine Delors (fr)
The rue Saint-Nicaise attack was the background of a mission in Ubisoft's Assassin's Creed Unity. In the mission, the Assassins help stop the radicals from setting off the device and eliminated gunners that aimed to eliminate Napoleon.
Itinerario del corteo consolare il 24 dicembre 1800

Georges Cadoudal nel 1804

Il Duca d Enghien rifiuta di essere bendato prima della fucilazione

Il 24 Dicembre 1800 ci fu l’attentato della “macchina infernale”, il quale ebbe delle importanti conseguenze. La sera della vigilia di Natale il corteo consolare, formato da me, dalla mia famiglia e dal mio seguito, si stava dirigendo verso l’Opera per assistere a “La Creazione” di Haydn, ma fu interrotto in Rue Saint-Nicaise da un carretto in mezzo alla strada. Immediatamente gli addetti della scorta spostarono l’ostacolo, mentre il cocchiere Germain, detto Cèsar, che conduceva la mia carrozza, ripartì in velocità spazientito per il ritardo. Pochi istanti dopo il carretto esplose con una tale forza da far crollare diverse case e distruggere i vetri del palazzo delle Tuileries e della carrozza consolare, che fortunatamente scampò al disastro. Nell’attentato morirono una ventina di persone e i feriti furono quasi cento. I membri della mia famiglia e il loro seguito ne uscirono illesi soltanto grazie al caso: le loro carrozze rimasero indietro perché quando Giuseppina si fece portare uno scialle il Generale Rapp ne criticò il colore, e ciò diede avvio a una breve discussione che causò il ritardo.
Questo terribile episodio è stato da me abilmente sfruttato per scopi politici, limitando o eliminando le opposizioni: dei due attentati furono accusati i giacobini, i colpevoli furono giustiziati e un centinaio di esponenti venne deportato. Nel caso della “macchina infernale” la strumentalizzazione fu evidente, dal momento che il Ministro della Polizia Fouché sosteneva che la matrice fosse realista, mentre io volevo che fossero puniti i giacobini; di questa divergenza di vedute ne fece le spese il ministro, che venne sollevato dall’incarico e nominato Senatore, ma quando furono arrestati gli agenti realisti colpevoli si scoprì che egli aveva ragione, ma ormai era troppo tardi, dato che le misure per deportare i giacobini erano già state prese.
Nel 1803 stava per essere messa in atto un ulteriore congiura contro di me, architettata da alcuni personaggi molto autorevoli, il vandeano Georges Cadoudal, i Generali Moreau e Pichegru. Quest’ultimo era stato allontanato dalla Francia già nel 1797, quando venne sventato un tentativo di colpo di stato alla quale prese parte, ma ciò non gli impedì di tornare in Francia nel 1803 per mettere in atto un nuovo piano che prevedeva l’eliminazione del Primo Console e un golpe attraverso una sommossa popolare a Parigi spinta da un principe borbonico e dall’esercito. I congiurati provarono molte volte ad attuare il loro piano, ed alcuni loro agenti riuscirono addirittura ad infiltrarsi nei miei palazzi, ma fortunatamente evitai ogni pericolo grazie alla mia mancanza di abitudini.
Grazie all’arresto di alcuni complici minori che confessarono, la cospirazione venne alla luce ed uno ad uno furono arrestati tutti gli attori principali. Pichegru morì strangolato in carcere in circostanze sospette; Cadoudal, arrestato il 25 marzo 1804, si rifiutò di chiedere la grazia e fu giustiziato. Il Generale Moreau godeva allora ancora di un grande prestigio, e quando fu arrestato l’opinione pubblica lo vedeva come la vittima di una macchinazione politica, salvo poi cambiare idea man mano che le prove venivano portate alla luce. Fu condannato a due anni di carcere tramutati poi in un espatrio negli Stati Uniti, ma tornò in Europa nel 1813, diventando consigliere militare dello zar Alessandro, e morì nella battaglia di Dresda combattendo contro la Francia. Grazie al mutamento dell’opinione pubblica, messa al corrente dell’esistenza della congiura, potei azzardare una mossa piuttosto rischiosa, consigliato da alcuni ministri, andando ad arrestare Luigi Antonio Borbone, il Duca di Enghien, ad Ettenheim, nello stato neutrale del Baden, perché sospettato di essere il principe atteso dai membri del complotto. Giudicato da un tribunale militare fu condannato a morte per aver combattuto contro la Repubblica Francese e per aver cospirato alla vita del Primo Console con l’aiuto del governo inglese.
L’impatto di questa azione di forza fu sorprendente: in politica estera diede un’ulteriore prova della forza del mio regime, e molte furono le potenze europee a gridare allo scandalo per la violazione della sovranità territoriale del Baden. In politica interna gli effetti furono decisamente maggiori. Una grande frazione di opinione pubblica rimase indignata dalla cospirazione, l’esecuzione del Duca spense gli ultimi timori di una restaurazione Borbonica e consolidò in modo determinante la corrente neomonarchica, che stava già prendendo piede nel regime, grazie anche alla stampa che diffondeva la necessità di consolidare il potere del Primo Console. Fu il console Cambacères a proporre al Consiglio di Stato, come nel caso del consolato a vita, la successione ereditaria. Tuttavia il consiglio esitò molto, mentre nel Tribunato vi erano molti consensi, e alla fine il Senato approvò un senato-consulto organico, molto simile a una nuova costituzione, il 18 maggio 1804. Fui proclamato proclamato Imperatore dei Francesi, titolo ereditario, al quale era affidato il governo della Repubblica. Mi era inoltre consentito adottare i figli o i nipoti dei miei fratelli, dato che al momento dell’instaurazione dell’impero non avevo figli. Come proseguimento del processo assolutista nel regime, mi fu garantito il potere di nominare senatori a mio piacimento. La nuova Costituzione del 1804 segnò la fine definitiva del periodo rivoluzionario.
#N
Attentato della Rue Nicaise, tratta da “Histoire de Napoléon par M. de Norvins. Illustrée par Raffet et Vernet”

A late 18th-century watercolour of the Comédie-Française


 

Nessun commento:

Posta un commento