Visualizzazioni totali

martedì 28 giugno 2016

Francesco Moscato: A STORIA DU VIZZARRU BRIGANTE CALABRESE

A STORIA DU VIZZARRU BRIGANTE CALABRESE.

Su Francesco Moscato, temibile e terribile brigante calabrese aleggia un fitto mistero, detto “u Vizzarru” il bizzarro per il suo carattere arcigno e avvolte crudele. Di Crotone, nato nel rione Gambina col passare degli anni si dimostrò di una forte personalità e di uno spirito gagliardo ed indomabile umore aspro e indole capricciosa con tali parole lo sintetizza Sharo Gambino autore del testo Vizzarro. La lettura integrale dell’opera di Gambino Vizzarru casa ed.Frama di Guardavalle Centrale 1981 ha illuminato maggiormente le mie conoscenze sul fenomeno del brigantaggio calabrese sia del periodo napoleonico che postunitario. Lo scrittore abile ed esperto giornalista ha affrontato saggiamente la storia del brigantaggio calabrese, interviene a questo punto una delle frasi più celebri e ricorrenti dell’opera Vizzarru :” considerato il più feroce, e romantico del tempo capace di ostacolare in Calabria il governo illuminato dei francesi”. Le notizie sul brigante a conti fatti vengono attinte dalla tradizione popolare emerge una figura spietata che seppe ergersi a rango di brigante più famoso e ricercato nel territorio calabrese. Aveva una salute di ferro, nemmeno il vaiolo dopo il terribile sisma del 1783 lo uccise, forte e vigoroso desiderava avere un salario ed una mattina si recò a bussare alla porta della facoltosa famiglia De Santis, per svolgere il lavoro di “bravo” esattore delle loro proprietà. Armato di carabina e pugnale u Vizzarru iniziò l’attività ed in poco tempo divenne il fedele servitore di De Santis che lo promosse a capobanda. Francesco girava per le terre con due mastini, ben addestrati, alto bello e robusto entrò nelle grazie di Donna Felicia sorella di De Santis, ma il dispotismo dei fratelli la relegarono in una conditio di zitella perpetua pur di non dividere i terreni. Maturò in Felicia l’idea di iniziare una tresca col Moscato, maledisse i fratelli si strappò i capelli e si vietò di mangiare, sembrò che si fosse ripresa ed al monito del fratello di seguirlo a Monteleone lei accettò per via della scorta del giovane brigante. Contegnoso per non tradire i suoi padroni rifiutò la donna tuttavia lei non si diede per vinta e mentre il Cardinale Ruffo spargeva subbugli per Monteleone lei si sentiva in una botte di ferro. Sebbene la carne è carne Moscato cadde in tentazione e vi fu una relazione con la baronessa. Scoperti dai De Santis ordirono una congiura ma sventò, il nostro brigante continuò la sua attività ma si apprestò al contrabbando di sale ed inoltre si aprì una taverna. Narra la storia ancora che la nobildonna Vazzanese ebbe un figlio da lui che le fu tolto, il Vizzarro recatosi a saldare i conti con Cataldo De Santis non riuscì a colpirlo, mentre il barone lo ferì duramente ed in una pozza di sangue lo trasportarono per seppellirlo. Tuttavia la falsa condizione di morte lo fece fuggire indispettendo i baroni di Vazzano, che taglieggiato lo condussero al carcere di Pizzo,di lui è famosa la frase:” cu hava sordi e amicizia vacia in culu alla giustizia”. Frattanto il Bizzarro sconta la sua pena mesi e mesi di carcere interviene a questo punto la professoressa Di Capua nella sua opera I Briganti della Calabria e annota :”appena graziato abbandonò il forte di Crotone (…) e si arruolò”. Iniziò così il suo percorso tra le fila borboniche coraggio ed intelligenza le parole chiave, la stessa Regina si fidava molto di Cicciu Moscato tanto da regalargli un anello come perno di rispetto. Il Vizzarru era spietato doveva a tutti i costi difendere il suo onore trucidando contro i De Santis, e così fece iniziando a rastrellare ogni parente a loro vicino. Intanto la guerra perseverava ed i francesi posero sul suo capo 50 ducati, altrettanti a chi catturava ed uccideva il suo fedele cane Cristiano. Tuttavia il suo pensiero fisso rimaneva trucidare Don Cataldo suo acerrimo nemico, e lo scovò la mattina della festa del Rosario del 1808 in chiesa. Il Bizzarro entrò in Chiesa tutti tremavano per la paura invitando i fedeli ad uscire tranne tre persone, i De Santis furono annientati e Felicia fuggendo con lui coronò il suo sogno d’amore. Fuggi a conti fatti nel bosco di Rosarno con la sua donna e braccato dai francesi senza farsi mai trovare. Interviene a questo punto della storia il mito e la leggenda si racconta che ogni anno Ciccio gli facesse fare un figlio e poi puntualmente uccideva visto la sua condizione di latitante. Sebbene i francesi riuscirono a braccarlo ed a far arrestare Felicia, si salvò miracolosamente fuggendo nelle tenebre. Intanto le truppe francesi sbaragliarono i briganti con tutti gli stratagemmi possibili, il Moscato ritornò nuovamente nel bosco di Rosarno proprio all’albero del colonello portando con sé Nicolina Ricciardi che divenne sua concubina, ma stanca dei continui sopprusi una notte sparò un colpo di carabina al brigante e lo freddo all’età di 36 anni. La testa del Vizzarro girò le piazze come monito .
Caru baruni tu sbajiasti via;
mi pigghiasti pe muortu e sugnu vivu,
mi pensavi luntanu e ssu ccu ttia.
Eccu ca vinni l’ura mu aggiustamu la faccenda”.



 BIZZARRO:
UNA VITA
SCELLERATA
  di Alberto Feliziani
 
La tristissima vicenda di Francesco Moscato di Vazzano, detto il Bizzarro, non potè non attirare l'interesse di artisti e viaggiatori dell'epoca, tanto che lo stesso Bartolomeo Pinelli, nel corso del 1823, immortalò le fasi salienti delle due vite, del brigante e della sua compagna, intrecciate indissolubilmente, attraverso la realizzazione magistrale di numerosissime opere, alcune create con il solo ausilio di matita e penna, su carta, altre, descritte con maggiore dovizia di particolari, con la tecnica dell'acquerello: opere, queste ultime, raccolte in sei splendide tavole, nelle quali si scorge, limpidissimo, l'impegno che il Pinelli profuse - attraverso il mirabile effetto coloristico - per connotare di riflessi tragici <<la vita scellerata>> del brigante Bizzarro. Questa serie di opere era accompagnata, nella originale stesura, da un anonimo manoscritto in lingua inglese, datato <<Roma - 1825>>, dall'esame del quale si è potuto risalire all'esatto collegamento delle stesse con la vita e le gesta di uno dei più temuti e crudeli briganti dell'Italia meridionale.

 Figlio del colono di una ricca famiglia calabrese, nacque in una capanna nella zona di Varano, e, sin dalla più tenera età, si dimostrò di carattere rissoso e violento: connotati questi che lo porteranno all'emarginazione prima, al brigantaggio più sanguinario, poi.
A diciannove anni riuscì a sedurre Margherita, la figlia del padrone, ma, scoperto in flagranza dai fratelli di questa, fu pugnalato ed abbandonato morente sopra un letamaio, come ultimo atto di disprezzo nei suoi confronti. Raccolto da mani pietose, venne dato per morto, e quella che avrebbe dovuto essere la sua <<salma>> venne composta nella chiesa del paese, in attesa dell'inumazione che sarebbe avvenuta l'indomani: ma il ragazzo, oggi diremo <<uscito dal coma>>, durante la notte quantunque gravemente ferito ed ormai dissanguato, riuscì a calarsi dalla bara e una volta guadagnata l'uscita, ad allontanarsi lentamente verso la montagna, sicuro rifugio per ogni fuggiasco.
Correva l'anno 1802, e Bizzarro per alcuni mesi lottò tra la vita e la morte, sino a quando, completamente ristabilito, raccolse intorno a sè i più feroci criminali, ai quali concesse asilo e sicurezza, eleggendosi capo indiscusso di una delle più temute e numerose bande calabresi, nella segreta speranza, una volta abbracciata la causa dei borboni, di vedersi garantita l'immunità per i crimini commessi.
 Nel 1810, mai dimentico del feroce affronto anni addietro, decise di porre in essere la tanto agognata vendetta: infatti, una domenica, mentre gli abitanti di Varano erano raccolti in chiesa per la messa mattutima (compresi i suoi assalitori), alla testa di numerosi briganti circondò il sacro luogo e, postosi sul portale d'ingresso, ordinò a tutti di uscire silenziosamente, passando dinnanzi a lui, che, ad uno ad uno li scrutava nella speranza di potersi trovare faccia a faccia con chi lo aveva vilmente pugnalato.
Dinnanzi alla sua persona sfilarono uomini, donne e bambini atterriti, fino a quando non ebbe di fronte i fratelli di Margherita, i quali, in preda al terrore, non osarono neppure parare i terribili colpi di pugnale che, micidiali, si abbatterono su di loro.
Toccò poi, identica sorte, ad ogni maschio di quella sventurata famiglia, compreso il vecchio padre che, malato, giaceva nel proprio letto, assistito amorevolmente dalla figlia Margherita: tutti caddero sotto l'inesorabile pugnale di Bizzarro.
Compiuta la vendetta, il capobrigante costrinse Margherita a seguirlo sui monti, dove, ben presto (soprattutto perchè la ragazza ne era ancora segretamente innamorata) divennero amanti.
 La giovane, divenuta anch'essa un'esperta brigantessa, fu assurta al rango di luogotenente di Bizzarro, ruolo nel quale si distinse per coraggio ed audacia pari, se non addirittura superiore, a quelli dimostrati dall'amante-maestro, tanto da conquistarsi l'assoluta devozione di tutti i componenti la feroce banda.
Le cronache di quel tempo altro non ci tramandano, sulla breve esistenza di questa giovane donna, divenuta brigantessa per amore, se non notizie sulla sua fine ingloriosa: fatta prigioniera dalle truppe francesi nel corso di un'imboscata, fu rinchiusa nella prigione di Monteleone, dove le amare condizioni del carcere, unite alla forzata lontananza dal primo amore, ebbero ragione del suo giovane fisico.
Bizzarro, però, si ricostituì ben presto un nuovo nucleo familiare, se è vero che durante una scorreria a Seminara, invaghitosi di una fanciulla che vide per la prima volta mentre si sporgeva all'uscio di casa, la rapì, trascinandola con lui.
Niccolina Licciardi, questo era il nome della giovane, finì inevitabilmente con l'innamorarsi del proprio rapitore, tanto da dargli addirittura un bambino, e con Bizzarro divise la dura vita dell'eterno fuggiasco, dopo che le truppe del Generale Menhés riuscirono a spazzare via la feroce banda, braccando di continuo il capobrigante che, per sfuggire alla cattura, doveva continuamente spostarsi da un rifugio all'altro, trascinando nella fuga moglie e figlio.
 Fu proprio durante la fuga che, nel tentativo di guadare un torrente, il capobrigante si accorse che poco più a monte vi era un militare di guardia al vicino ponte, proprio mentre il bambino scoppiò in un pianto dirotto tra le braccia della madre vinto dalla stanchezza ed evidentemente <<stranito>> per il continuo vagare in cerca di un riparo sicuro; in quell'istante Bizzarro concepì fulmineamente il più ignobile ed orrendo delitto che essere umano possa mai realizzare.
Dopo che gli amorevoli tentativi della madre per far cessare il pianto del bimbo fallirono, il capobrigante strappò la creatura dalle braccia della moglie, e, afferratala per i piedini, la sbattè contro le rocce, fracassandole il cranio.
Nicolina, paralizzata dal dolore, riuscì a reprimere un moto di istintiva violenza, trattenuta dal desiderio di una vendetta più razionale e di sicuro effetto, soprattutto in considerazione dal fatto che, attaccare Bizzarro in quel momento, avrebbe significato essere sbranati dal feroce mastino che il capobrigante portava sempre con sè, abituato, dal crudele padrone, a cibarsi di carne umana.
La notte seguente, seppellito all'interno di una grotta il cadaverino del figlio, persuase il marito a legare la belva ad un vicino albero, e, non appena il Bizzarro cadde addormentato, raccolse da terra il fucile di questo, e, avvicinatolo silenziosamente al capo del brigante, fece fuoco, uccidendolo all'istante.
Quantunque fosse preda di immediati ed atroci rimorsi, essendo innamorata, comunque, dell'uomo, non esitò, usando un coltello affilatissimo, a staccare la testa del cadavere dell'uomo, dopodichè, avvolto il macabro trofeo in un grembiule, si recò a Catanzaro, presso l'abitazione del governatore, per riscuotere la taglia che ormai le spettava di diritto: introdotta da un servitore in sala da pranzo, mentre il governatore pranzava con la propria famiglia, alla domanda rivoltale se portasse notizie utili per la cattura del brigante, per tutta risposta gettò il capo mozzato di Bizzarro al centro della tavola imbandita.
Le cronache dell'epoca ci riferiscono che, avuta la riconpensa di mille ducati (tale era la taglia posta sul capo di Bizzarro) la donna effettivamente venne incarcerata per reati minori ma, a partire del 1825 di lei si perde ogni traccia.
  

  Il rapimento di Margherita

La famiglia del brigante

 Il figlio di Bizzarro

Bizzarro uccide il figlio


 L'uccisione e la decollazione del Bizzarro


 La preghiera e il pentimento di Niccolina

 Il Brigante Francesco Moscato detto U Vizzarru (Il Bizzarro)


Il "Brigante" e il suo cane 






  

Nessun commento:

Posta un commento