sabato 10 dicembre 2016

Africo - Calabria - RC

Africo

Si ritiene che il nome del paese derivi dal greco àprichos, άπριχος, o dal latino apricus.
È stata avanzata l'ipotesi che nel luogo siano esistiti insediamenti in epoca precedente o contemporanea alla colonizzazione magnogreca; esistono comunque reperti archeologici di epoca bizantina. Probabilmente già nel decimo secolo vi erano presenti dei monaci basiliani. In epoca normanna, fra i secoli XI e XII, visse San Leo, il patrono del paese; secondo la tradizione, egli nacque a Bova e prima di diventare monaco studiò nel convento basiliano della SS. Annunziata di Africo.
Nel 1571 Gabriele Barrio scrive che ad Africo i riti sacri sono celebrati in greco e che la popolazione adopera il greco anche nei rapporti familiari, assieme al latino.
Nel 1783 Africo venne seriamente danneggiata da un forte terremoto che causò sei morti e danni per ottantamila ducati. Alla fine del secolo XVIII Africo aveva circa 800 abitanti e vi si osservava il rito greco. In epoca napoleonica si ebbe ad Africo uno scontro tra francesi e borbonici, in cui gli abitanti parteggiarono per questi ultimi. Nell'Ottocento fu attivo nel territorio di Africo il brigante Antonio Zemma. La popolazione di Africo e Casalnuovo ammontava complessivamente a 1726 persone nel 1815; nel 1861 il solo paese di Africo aveva 1276 abitanti; ne ebbe 1781 nel 1911 e 2489 nel 1951. Altri due sismi colpirono il borgo calabrese nel 1905 e nel 1908.
Le condizioni sociali ed igieniche di Africo nel periodo interbellico erano disastrose. Il meridionalista Umberto Zanotti Bianco, coadiuvato dal giovane Manlio Rossi Doria, eseguì un'inchiesta su Africo nella quale riferiva come il paese fosse annidato su case dirute per il pregresso terremoto, isolato geograficamente, afflitto da tasse indiscriminate e da malattie, fosse privo di medico, di aule scolastiche (le lezioni si svolgevano nelle stanza da letto della maestra); gli abitanti si nutrivano di un immangiabile pane fatto con lenticchie e cicerchie.
Il 20 gennaio 1945 la popolazione di Africo assaltò con armi da fuoco e distrusse con bombe a mano la locale caserma dei carabinieri, costringendo i tre o quattro militi presenti a rifugiarsi negli scantinati e liberandoli solo dopo averli disarmati. In questo periodo si costituirono nel paese la sezione del Partito socialista, quella del Partito comunista e la Camera del lavoro.
Nel marzo 1948 il settimanale “L'Europeo” pubblicò un reportage da Africo a firma del giornalista Tommaso Besozzi, corredato da alcune fotografie di Tino Petrelli; tale reportage (che faceva parte di un'ampia inchiesta sulle condizioni del Mezzogiono promossa da Arrigo Benedetti) mostrava come le condizioni del paese non fossero sostanzialmente migliorate rispetto a quelle descritte vent'anni prima da Zanotti Bianco.

 Africo Nuova

Pur nell'assenza di fonti scritte che permettano di ricostruire la cultura popolare di Africo attraverso i secoli, si ritiene che la medesima sia rimasta a lungo legata al culto di San Leo; mentre le prime menzioni si trovano in documenti risalenti al XIV secolo, il racconto tradizionale della vita del santo si trova in una raziuni o canzuna che gli attribuisce vari miracoli; ad Africo la festa del santo patrono ha tuttora luogo ogni 12 maggio.
Nella cultura popolare di Africo vecchio e Casalnuovo assumevano grande rilievo le festività tradizionali, legate al ciclo della produzione agricola e pastorale; particolarmente sentita era la festività del Carnevale, che prevedeva sfilate in maschera, canti e balli per le vie, l'esecuzione di serenate d'amore e la recita di storielle comiche in rima, ispirate a episodi della vita del paese.
Nel secondo dopoguerra, i sopra menzionati scritti e reportages di Umberto Zanotti Bianco, Tommaso Besozzi e Tino Petrelli portarono le vicende di Africo e di Casalnuovo all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale, con la denuncia delle difficili condizioni in cui versava il paese «il più povero, il più triste, il più infelice della Calabria».
Le vicende successive all'alluvione del 1951 costituiscono l'oggetto del libro di Corrado Stajano Africo, pubblicato nel 1979; l'inchiesta di Stajano, ampiamente basata su testimonianze raccolte in loco oltre che sulle cronache giudiziarie e giornalistiche, si proponeva di documentare gli aspri conflitti politici e sociali di quegli anni, e in particolare l'opposizione alla criminalità organizzata da parte di vari militanti e gruppi della sinistra e del sindacato, opposizione in ultimo non confortata da esito favorevole.
A partire dagli anni 2000, da parte di insegnanti e intellettuali locali, si è avuto uno sforzo volto a recuperare alla memoria collettiva luoghi, vicende, storie anche remote del paese, nel tentativo di consolidare l'identità civile di una comunità segnata da vicende assai difficili.
È stato girato in parte ad Africo il film del 2014 Anime nere, tratto dall'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco.

 Africo Vecchia

Reggio Calabria: ad Africo alto tasso di mortalità per tumore, “Le Iene” cercano di capirne di più [VIDEO]

Alto tasso di mortalità per tumore ad Africo in provincia di Reggio Calabria, Giulio Golia inviato de ”Le Iene” si è recato al paese per capire da cosa sono causati questi tumori


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africoIeri sera il noto programma televisivo di Italia 1 “Le Iene”, si è occupato di una incredibile storia che vede coinvolto il paese di Africo nel reggino.  L’inviato delle Iene, Giulio Golia, ha detto che Africo si trova “nel cuore della ‘ndrangheta ed è il regno della cosca Morabito. Il comune di Africo è stato sciolto due anni fa per mafia. Ultimamente ad Africo si muore non per mafia ma di tumore. Il paese conta 3 mila abitanti”. Ecco il VIDEO



Lungomare

africovecchio

Scuola

Chiesa di San Leo

Africo Casalinuovo
 

Africo, la strada dei condannati a morte
I tumori falciano 33 persone nella stessa via

Picco di tumori, i sospetti su rifiuti tossici interrati
Pentiti hanno parlato di sversamenti nell’Aspromonte

AFRICO (Reggio Calabria) – La via Giacomo Matteotti di Africo tutti la conoscono come la strada dei «condannati a morte». Qui il cancro si è portato via la vita di giovani, adulti e anziani, di uomini e donne. In questa lingua di asfalto lunga 200 metri, che dalla provinciale si allunga sino alla caserma dei carabinieri, oggi vivono 50 persone, 20 famiglie in altrettanti complessi edilizi. E negli ultimi tre anni 33 vite, in questa via, sono state spezzate dal cancro. Africo è un comune della Locride di 2.850 abitanti dove negli ultimi quindici anni sono morte per tumore 180 persone. E almeno un centinaio, oggi, combattono la malattia e sono in terapia. È una strage che sembra non avere fine.  
IL REGNO DI TIRADRITTO - Nel regno incontrastato di Giuseppe Morabito «U Tiradritto», il boss catturato nel 2004 a settant’anni, dopo dodici di latitanza, su ogni uscio è visibile il fiocco nero del dramma. Metà dei decessi nella via Matteotti sono avvenuti dentro le case popolari costruite dall’Istituto autonomo nel 1953. Il «male» non ha risparmiato neanche un nascituro, già colpito dal cancro quando ancora era nel grembo della giovane madre.
LA PETIZIONE - In paese, però, c’è chi non si è arreso. Antonio Pratticò è un signore di mezza età molto combattivo. Nella lotta contro il male ha perso la sorella Maria Grazia, deceduta a 42 anni. «Da quel momento la mia vita è cambiata – dice -. Ho deciso di occuparmi dei tumori di Africo e ho iniziato a stilare una mappa per capire chi sono le persone decedute, la loro età, il luogo dove vivevano». Totò Pratticò ha messo su una petizione popolare alla quale hanno aderito 1800 concittadini e l’ha spedita al capo dello Stato, ai presidenti delle Camere, alle istituzioni calabresi e all’Asp. Qualcuno, sottovoce, in paese, punta il dito sui rifiuti tossici. Molti pentiti ne hanno parlato, da Francesco Fonti ad Antonino Lo Giudice, «Il Nano», il pentito scomparso l’estate scorsa dalla località protetta dove scontava gli arresti domiciliari e arrestato a Reggio Calabria nei giorni scorsi. Lo giudice «si ricorda di aver sentito parlare Pasquale Condello detto Il Supremo, catturato dopo venti anni di latitanza, di rifiuti radioattivi da buttare in mare o in montagna». E nelle intercettazioni dell’inchiesta «Saggezza», un «Capo Corona»(dote di ’ndrangheta, ndr) della Locride Vincenzo Melia e il suo “consigliori” Nicola Romano parlano preoccupati perché «sospettano una fonte radioattiva sotterrata nei Piani…, sulla montagna». «Non si capisce niente… se è vero o non è vero che persone si sono prestate per soldi…» dice uno. «Queste cose sono cose degli anni 70… Perché c’è un camion che è bruciato. Dietro al camion c’è una fossa...» sostiene l’altro. I due citano due boss, Filippone e Peppe Barillaro. «Allora c’erano loro in queste montagne. Allora loro li hanno interrati queste cose in montagna, glieli passavano i “Pianoti” (gente della Piana di Gioia Tauro)».
I SERVIZI SEGRETI - Emblematica poi l’audizione del direttore dell’Aisi Giorgio Piccirillo ascoltato a luglio del 2011 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Il tema dell’audizione erano due distinte note dei servizi segreti che riferivano «l’interesse di Giuseppe Morabito, ”U Tiradritto” che, in cambio di una partita di armi, diede l’autorizzazione a far scaricare nella zona di Africo un quantitativo di scorie tossiche, presumibilmente radioattive». In Provincia di Reggio Calabria si cercano le case costruite con i mattoni composti da argilla e rifiuti tossici. Quelli provenienti dalla centrale Enel di Brindisi, per esempio. Come ha accertato il Corpo forestale dello Stato, nel 2009, indagando su una fabbrica di laterizi di Motta San Giovanni, ad alcune decine di chilometri da Africo. Il sindaco di Africo Domenico Versaci, in carica dal 2007 nei giorni scorsi ha chiesto all’ Arpacal esami approfonditi in acquedotti, case, strade e terreni per verificare lo stato di salute del territorio.
la strada dei condannati a morte
 
Africo-Antico
 
 
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