lunedì 4 luglio 2016

Giosafatte Tallarico, Panattieri 1805 - isola d’Ischia 1886

Giosafatte Tallarico

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Le città dei briganti sono state Catanzaro e Cosenza, ma non Reggio Calabria a causa dall’indole più pacifica degli abitanti e della configurazione più solare dei luoghi.
Il brigante cosentino Giosafatte Tallarico nel 1889 raccontò d’aver guadagnato nella sua vita da brigante ben 80 mila ducati d’oro e d’argento, oltre a così tanti gioielli da riempire un’intera armeria. A quell’epoca però, non aveva nulla di tutto ciò, restandogli solamente pochi spiccioli per comprarsi un po’ di tabacco e quel tanto di vino da soddisfare una sete inesausta.
Come aveva fatto a perdere tutto in così poco tempo?
Tallarico raccontò d’aver dato quasi tutte le sue sostanze ai “galantuomini”, quelle persone cioè che d’inverno lo ospitavano ma che si facevano pagare in modo esorbitante. Praticamente un brigante che rubava nella buona stagione per procurarsi il denaro per sopravvivere d’inverno ed era messo con le spalle al muro dai signorotti locali che si giocavano la credibilità ospitandolo.
Oltre ad aver ingrassato i “galantuomini”, Tallarico dovette mantenere la moglie e i figli e, alla fine, rimasto senza un centesimo, vendere la casa per pagarsi l’avvocato, mandare la moglie a servizio dal padrone e i figli sulla montagna a pascolare gli armenti.
Un giorno, però, ebbe anche lui una piccola soddisfazione quando, ancora brigante, venne assunto sotto falso nome da un signorotto di un paese del cosentino. All’insaputa della sua presenza, durante un pranzo con amici, il padrone di casa si mise a parlare di Tallarico, auspicando che fosse preso dai carabinieri e consegnato alla giustizia per tutte le sue malefatte. Lo difese un certo Vincenzo Caputi al quale non sembrava affatto vero che Tallarico fosse un brigante cattivo, né feroce né troppo crudele, anzi, era conosciuto come amico dei poveri e soccorritore dei derelitti abbandonati dalla società.
Tre giorni dopo questo fatto, mentre tornava di notte al suo casolare, Caputi sentì una voce sconosciuta che in mezza alla strada gli diceva:
Di grazia Don Vincenzo, ho da dirvi una parola.”
Chi siete?” rispose Caputi fermando il cavallo e brandendo la pistola.
Ecco qui, ho voluto ringraziarvi delle parole che avete detto di me l’altro giorno.”
Di voi? …  E chi siete voi?”
Son Giosafante Tallarico!”
Ma dove eravate voi quando io dissi quelle parole?”
Ero nella sala da pranzo fra quelli che servivano la tavola.”
Ma vi prego, non dite nulla.”
Non dubitate.”
Buona notte.”
E mentre Tallarico scompariva dietro un sentiero, Caputi ripensava a lui come ad un onesto brigante, dileggiando invece l’amico signorotto, tanto galantuomo quanto furfante!

Tratto da “Storie e Leggende Calabresi” di Vincenzo Musca

Le vicende del brigante Giosafatte Talarico si collocano al di fuori dei due periodi di maggiore diffusione del brigantaggio calabrese. Esattamente tra il 1823 e il 1845.Le sue gesta vengono ancora narrate dai vecchi con orgoglio, con una particolare luce negli occhi. Lunghe sere invernali accanto al camino ho trascorso con alcune persone anziane di Panettieri che parlavano di Giosafatte come se parlassero del più puro degli eroi. I loro racconti , pur affaticati dal tempo, erano ancora vivi, segnati da un’antica suggestione: il ricordo di Giosafatte vive nella memoria collettiva come il giustiziere che vendicava i torti e difendeva i deboli. In realtà, sebbene Giosafatte non fosse propriamente e completamente così, la nostra gente, da mille anni oppressa, depredata e umiliata aveva bisogno di trovarsi un eroe, un simbolo, un vendicatore, cui affidare la speranza di una vita migliore, anzi, direi di una vita! Ma fu da questi racconti che presi a ricercare riferimenti storici documentati o indizi letterari. Scoprì, anzi riscoprìi Nicola Misasi. I suoi racconti su Giosafatte, romantici e affascinanti, ricalcavano esattamente la tradizione popolare. Devo dire che i racconti di Misasi per un po’ mi hanno rapito. Ma poi sono state le fonti archivistiche e la bibliografia storica a offrirmi un determinante contributo di chiarezza anche se i rapporti di polizia hanno ben altro tono rispetto alle mielose pagine del Misasi o ai commoventi racconti degli anziani. Ma in sostanza, Giosafatte fu davvero un personaggio straordinario. Fu davvero sensibile alle ingiustizie e disponibile ad aiutare i deboli, ma fu anche crudele quando ce ne fu bisogno. Giosafatte operò in tutta la Sila, dove, all’epoca, agivano bande ben definite, piccoli gruppi e addirittura individui isolati: le bande di San Giovanni in Fiore, la banda di Giovanni Roma di Caloveto, quella di Domenico Falcone detto Vis Vis ed anche una banda di Tiriolo. Le loro gesta rimangono per la gran parte avvolte nel mistero delle impenetrabili selve silane e sono ben poche le testimonianze storiche, e arduo appare rintracciare documenti d’archivio anche perché le amministrazioni del territorio avevano modalità e confini diversi rispetto ad oggi. L’ambiente storico e geografico in cui agì Giosafatte fu la Sila alcuni decenni prima dell’unità d’Italia: la Sila tutta: da Camigliatello a Taverna, da San Giovanni in Fiore a Panettieri. Nel mio libro le vicende di Giosafatte sono state ricostruite su tre basi sostanziali da episodi noti in letteratura, vedi Misasi, o nelle memorie collettive, inventandone di sana pianta alcune e tenendo presenti documenti d’archivio. Ho tentato di amalgamare il tutto per darne un’immagine coerente e unitaria. Sono rimasto quanto più possibile fedele ai nomi reali dei personaggi storici: è stato così per i familiari di Giosafatte, per l’ucciso Giacinto Citriniti di Catanzaro, per gli amici Santo Gentile e Filippo Mussari, per il traditore Tommaso Brutto, per la compagna degli ultimi anni Giuseppina, per i nomi dei 12 briganti graziati nel 1845, per il procuratore di cz Olivo, per Anna Moens. Chi era Anna Moens? Anna era una signora inglese venuta con il marito in Italia per una visita di piacere e per annotare sulle pagine di un diario le impressioni sul loro romantico viaggio. Solo che un brigante di Salerno, Gaetano Manzo, rapì il marito e lo portò sulle montagne. Anna, impegnata a reperire i soldi per il riscatto, soggiornò anche a Ischia. A Ischia, in quegli anni soggiornava anche Giosafatte dopo essere stato graziato dal governo. Si conobbero. Il marito fu poi liberato i coniugi tornarono in Inghilterra e il diario divenne un libro. Il mio libro su Giosafatte è un romanzo storico. In un romanzo storico non è necessario che tutti i personaggi siano davvero esistiti, quello che è importante è che agiscano come si agiva nell’epoca in cui sono collocati. Occuparsi di storia locale vuol dire essere coscienti della limitatezza delle proprie conoscenze, sempre suscettibili di essere sconfessate, ma è per questo che si fa storia, per scoprire dove si sbaglia, alla ricerca di quell’utopia che si chiama verità storica. Un romanzo storico risponde ad esigenze di conoscenza e cerca di dare risposte alle domande più brucianti con la fantasia e con il sentimento colmando le lacune dell’indagine storica, dando nuovo slancio agli eventi, dichiarando realtà quello che poteva essere e forse non è stato. Un romanzo storico è anche poesia della storia! La mia ricostruzione storica è partita dalla certificazione esistente nel libro dei battezzati della parrocchia di Panettieri dell’anno 1805. Da contatti con il comune di Ischia ho avuto il certificato di morte di Giosafatte. Sulle ultime pagine del libro è riportata copia della richiesta di grazia fatta da 12 briganti alle autorità politiche del tempo. Osservando attentamente si potrà notare come le otto firme apposte sulla parte sinistra del foglio appaiano naturali mentre le altre 4, tra cui quella di Giosafatte, sembrano scritte da una stessa mano, una mano, secondo me, più abituata a scrivere delle altre. Di questo fatto ho dato nel libro una spiegazione squisitamente letteraria. Ho avuto dei contatti telefonici con il comune di Ischia, con una anziana funzionaria che mi raccontava dell’esistenza di un medico in un comune vicino, Lacco Ameno, che si chiamava Carlo Talarico morto negli anni venti e di due signore figlie di una figlia di questo medico che vivono ancora a Lacco Ameno. A Ischia opera uno storico locale, Nino d’Ambra, che ha fatto varie ricerche sui personaggi noti che soggiornarono nella sua isola. Egli ha scritto un libro intitolato: “Garibaldi cento vite in una”, nel quale descrive un episodio taciuto dalla storiografia ufficiale. Si tratta di un incarico dato dai Borboni nel 1860 a Giosafatte e ad altri briganti relegati a Ischia, di raggiungere Garibaldi a Palermo e ucciderlo!  Nel libro ho compiuto una ricostruzione letteraria dell’episodio. Giosafatte, ovviamente, non uccise Garibaldi. L’episodio è narrato anche ne “Le mie memorie” di Giuseppe Garibaldi dove l’eroe dice che mentre soggiornava a Palermo durante la spedizione dei mille, fu avvicinato da un barbuto brigante della Sila pagato dai borboni per ucciderlo e che alla fine costui gli chiese di essere arruolato nelle camicie rosse! Ho citato quest’episodio perché pochissimo tempo fa ho trovato il nome di Giosafatte Talarico dove non mi sarei mai aspettato di trovarlo: in un libro di memorie di Sigismondo Castromediano intitolato Carceri e galere politiche. Il Castromediano era un patriota risorgimentale di Lecce incarcerato dai Borboni assieme a numerosi altri rivoluzionari meridionali in seguito alle sommosse del 1848 nelle galere isolane di Ventotene, Santo Stefano, Nisida, Procida. Questo dimostra quanto sempre ci sia da scoprire e quanto sia suscettibile di sempre nuovi esiti la storia locale. Questo libro di memorie mi è necessario per delle ricerche che sto facendo sul Risorgimento calabrese che, spero l’anno prossimo, daranno vita ad un romanzo storico incentrato sulla vita di uno dei più controversi e vitali protagonisti di questo periodo storico: Raffaele Piccoli, che ha attraversato per intero l’Ottocento politico: dalle rivolte di Palermo del 1848, alle battaglie dell’Angitola dello stesso anno con i gruppi del nicastrese, allora si chiamava così, oggi lametino. Dalla difesa della repubblica romana del 1849, alla spedizione dei mille, fino all’estremo tentativo repubblicano della rivolta di Filadelfia del 1870. Anche Raffele Piccoli fu nelle galere borboniche dal 1851 al 1857. Sigismondo Castromediano nelle sue memorie dedicò due intere pagine a Giosafatte. La sua testimonianza scritta arricchisce le notizie su Giosafatte, sul fatto che prima che i borboni lo relegassero nella dorata prigione di Ischia, gli fecero assaporare le loro poco dorate galere politiche! Ma da ciò emerge un dubbio: la rinuncia ad uccidere Garibaldi a Palermo, alla luce di questo fatto, può assumere una coloritura diversa? Fu illuminazione improvvisa a fermare la mano di Giosafatte, una presa di coscienza politica fulminea, oppure quel gesto di ripulsa fu la naturale conseguenza di un percorso ideologico che aveva trovato nelle prigioni borboniche, a fianco dei condannati politici, un condizionamento essenziale? Quindi, pur scientemente e arrogantemente, evitando nella sua esistenza di fuorilegge di farsi coinvolgere nelle sovversioni politiche e nei moti carbonari, Giosafatte con la sua intelligenza e la sua personalità, restò davvero del tutto indifferente al sogno rivoluzionario che mosse gli uomini liberi del suo tempo?  
Brigante di Panettieri di Salvatore Piccoli 

Giosafatte vive ancor oggi nella memoria collettiva del suo paese, Panettieri, e dei paesi vicini, come il vendicatore dei torti, il romantico difensore dei deboli! Giosafatte fu un brigante solitario e particolare : uccideva solo per vendetta o per ridare ai poveri quello che l'arroganza dei baroni aveva loro tolto! La sua abilità nel travestimento, la sua cultura e soprattutto l'accortezza di non legarsi per troppo tempo a bande numerose, ma avere solo due amici fedeli: Felice Cimicata di Taverna e Benedetto Sacco di Castagna, fecero di lui un imprendibile fantasma, una leggenda vivente! Solo un patto con il monarca borbonico lo stanò dalle selve silane. Nel 1845 il re Ferdinando II, desideroso di dare all'Europa un'immagine pulita del suo regno, constatato che con la repressione non riusciva a venire a capo del fenomeno e insensibile alle tematiche sociali, vero scoglio insito nella sua mente e insuperabile dalla sua mentalità, propose a Giosafatte e ad altri briganti di arrendersi in cambio di una nuova e libera vita lontano dalla Sila. Giosafatte così venne esiliato nell'isola di Ischia dove ebbe casa e stipendio. Aveva allora 40 anni e altri 40 visse in completa tranquillità davanti al mare! Dopo l'unità il deputato nepoletano Mariani con un'interrogazione parlamentare chiese se fosse giusto mantenere a spese dello stato un brigante graziato dai Borboni. Non ebbe risposta. Non fu solo quello il progetto borbonico che i Savoia perpetuarono nella bella Calabria!  

  
Nato a Panattieri in provincia di Cosenza nel 1805, dopo essere stato seminarista, il giovanissimo Talarico intraprese gli studi di farmacista, ma senza portarli a termine. La sua latitanza iniziò intorno al 1820, dopo aver compiuto un “delitto di onore” uccidendo un ricco giovinastro che aveva violentato una sua sorella.
Trovò rifugio ed operosità sui monti della Sila per più di vent'anni, da Camigliatello a Taverna, da San Giovanni in Fiore a Panettieri.
Talarico frequentava , protetto da amici potenti ed influenti, «or travestito da prete, or da ricco signore, i caffé, i teatri, e passeggiava per le strade più frequentate».
Essendo falliti i tentativi di cattura, nel 1844 Ferdinando II intavolò una trattativa con il brigante calabrese, a cui propose in cambio della resa, una pensione di sei ducati ed una casa nell’isola d’Ischia.
Talarico accettò, ma a condizione che il beneficio fosse esteso ai suoi compagni. Terminava così la carriera del brigante che aveva “fatto tremare le tre Calabrie”.
La notizia ebbe eco anche in Inghilterra. Dopo l’Unità fu il deputato napoletano Mariani a porre la questione al parlamento italiano con un’interrogazione parlamentare in cui si poneva l’accento sull’ingiustizia di dare una pensione a tale ex brigante, ma il Talarico, che soggiornava nell’isola d’Ischia dal 1845, aveva preso moglie ed aveva delle figlie. Rimase, dunque, nella bella isola godendosi la pensione fino alla morte avvenuta nel 1886.



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